Letta, Meloni e Salvini. Quello che i giornalisti non sanno e non vogliono vedere

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Quando i giornali, gli osservatori, i commentatori, sia che facciano parte del mainstream, o che siano liberi e indipendenti (merce molto rara oggi), analizzano le dichiarazioni dei politici, si concentrano troppo sulle parole, le divisioni, le dietrologie, secondo gli schemi classici, destra sinistra, moderati-estremisti, europeisti-sovranisti etc; e quando siamo in presenza di una campagna elettorale, il decoder si estremizza, quasi patologico.

Prendiamo ad esempio il Forum Ambrosetti: le righe usate per evidenziare le spaccature dentro gli schieramenti, tra i leader, in merito alle sanzioni contro la Russia, le tasse, le politiche economiche, le ricette per gli imprenditori etc, oltre che a militanze mai sopite, appalesano il limite di non considerare, ignorare, cancellare dalle menti, quello che si chiama il “posizionamento politico” dei partiti. Ossia, il fatto che le dichiarazioni non vadano prese alla lettera, ma giudicate soltanto per il loro obiettivo strategico.

E’ l’asse “particolare-generale”, che indica a chi deve arrivare il messaggio, nell’ottica di rafforzare i rispettivi target, ma soprattutto di occuparne di nuovi.
Quando Giorgia Meloni a Cernobbio dice che “sulle sanzioni alla Russia è impossibile tornare indietro e se qualcuno è convinto che se l’Italia si sfilasse cambierebbe qualcosa? Assolutamente nulla”, a chi pensano, e a cosa pensano i giornalisti più blasonati? A Salvini, ai vulnus di un centro-destra che finge di essere unito, invece, è fragile, polemico al suo interno, e quindi non affidabile per dirigere il Paese.
E infatti, Salvini, sempre dallo stesso palco, sembra confermare l’assunto: “La Lega ha votato con convinzione i provvedimenti a favore dell’Ucraina, sanzioni comprese, ma io non vorrei che le sanzioni danneggiassero più chi le fa che chi le subisce”.

E ancora: la Meloni ritiene che il Pnrr si possa rinegoziare, ma non con uno scostamento di bilancio (“abbiamo già abbastanza debiti”). Letta, obietta sul Pnrr, ma condivide l’idea della leader di Fdi, di non arrivare a uno scostamento di bilancio.
Salvini, con Tajani, pensa a uno scostamento di bilancio. Il Capitano è stato esplicito: “Mettiamo un tetto al costo del gas e la differenza ce la mette lo Stato”. Con una proposta-sorpresa: “Un ministero per l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e l’innovazione a Milano”. Ipotesi che fa il paio con il suggerimento della Meloni di scegliere anche con un futuro governo di centro-destra, il ministro della Transizione Energetica Cingolani.

Dove vanno a parare queste parole? Solo al consenso, alla necessità di occupare ogni spazio elettorale, ogni sentiment dei cittadini.
Altro che divisioni. La Meloni è in perfetta coerenza con la sua sterzata moderata, credibile, tanto per compiacere chi la ritiene pericolosa come sovranista-conservatrice, o impreparata di fronte alle drammatiche emergenze che si profilano per il prossino autunno.
Salvini, da populista furbo, deve intercettare quell’area di dissenso, di perplessità verso il pensiero unico atlantista, europeista, troppo schiacciato sugli Usa e non eccessivamente ostile verso Putin. E vuole intercettare la protesta contro il caro-bollette. Non dimentichiamo che da noi non vota il 50% della popolazione e i recenti sondaggi ci dicono che pure il 25 settembre un buon 40% non si recherà alle urne. E poi, l’ordine di scuderia è togliere voti ai tanti nuovi soggetti politici anti-Draghi, anti-Green-Pass, anti-armi a Kiev.

Letta, pretende di incarnare lo status symbol del garantito, del tutelato, che non soffre troppo per la crisi. Non a caso, oltre alla governabilità a Cernobbio non ha espresso nulla di rilevante. Gelo per Conte, tra l’altro presente da remoto (tanto quello non è il suo target). Chi ha avuto più consenso? Calenda, l’artefice del provvedimento Industria4-0. Ma il gradimento per lui si ferma e resta sul lago di Como.

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