Consultazioni. Le donne di Letta e le facce di Silvio, Matteo e della Ronzulli

2 minuti di lettura

Il varo del governo Meloni, il primo incarico a una donna nella storia della Repubblica, oltre che una messe di parole, programmi, rassicurazioni, insulti, polemiche, livori, tiri mancini, trappole, è anche e soprattutto una mega-foto collettiva, fatta di facce, espressioni e posture.

Fuori il Palazzo, esattamente su un ponte della vecchia Roma, due immagini messe al rogo e con la testa in giù: quelle dei nuovi presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa. Che ovviamente per i giovani odiatori sono il simbolo del male che torna, del fascismo e del medioevo.
Strana gente gli attuali “studenti”: totalmente silenti e passivi durante la pandemia (le Sardine sono sparite), assenti durante il governo Draghi, l’esecutivo dei poteri forti, della finanza, del capitale, delle banche e per qualcuno pure della massoneria; ma nuovamente in piazza a sventolare le bandiere della Resistenza, dell’antifascismo ora. Stessa sindrome del sindacato, risvegliatosi improvvisamente dal torpore collaborazionista. La Cgil intende forse bissare il Circo Massimo di Cofferati?

Dentro il Palazzo (il Quirinale), un altro simpatico siparietto. E’ stato stupendo, anzi grottesco, notare il complesso di inferiorità psicologico e il senso di colpa trasparire chiaramente dalle parti del Pd, con un Letta avviarsi alle consultazioni col capo dello Stato, accompagnato da uno stuolo di donne per non essere da meno della destra. Quelle donne geneticamente trascurate ed emarginate dai segretari maschi, usate solo per il brand femminista e progressista delle quote rosa. Che se hanno ottenuto qualcosa l’hanno conquistata a spallate.

E’ indubbio che ormai la Meloni abbia fatto tendenza. Scandalo: una donna di destra, per la vita, la famiglia naturale, contraria alle famiglie omosessuali, alla droga e al gender, diventare protagonista assoluta della vita pubblica nazionale.
Quel protagonismo che non digerisce e non digerirà mai Silvio Berlusconi. Basti vedere le sue smorfie durante le dichiarazioni della futura premier, dopo l’incontro con Mattarella. Non la guardava, resistendo all’istinto e alla tentazione di accompagnare il discorso con le mani (come accadde, quando a suo tempo, rubò la scena allo speaker Salvini), e annuendo soltanto a un paio di passaggi, visibilmente coperto dalla maschera facciale, su cui affondano tristemente i suoi occhi, le sue ciglia e le sue labbra.

Per lui, è noto, da indomito ed esclusivo proprietario dello schieramento, farsi comandare da una donna (posto che lui le considera o segretarie, o escort o mero codazzo cortigiano), è inconcepibile, inaccettabile.
Pure la foto di gruppo quirinalizia del centro-destra, infatti, è stata tutta uno spettacolo. La Ronzulli avvelenata e fatta fuori dai giochi importanti, che guardava solo i fotografi, con un sorriso finto a 360 gradi. Salvini con la smania di agire in prima persona per recuperare il consenso dentro la Lega; Cattaneo perplesso e astioso, fisicamente a distanza; i Fratelli d’Italia, visibilmente e comprensibilmente euforici.
In quanto alle parole, da un lato la conferma sinistra di un ghetto ideologico dal quale non riesce a uscire. Letta e compagni, hanno ammesso la sconfitta del 25 settembre, ma ancora non hanno capito le cause: non sono il bene.
Dall’altro, la competizione interna al nuovo governo che da oggi in poi, sarà la costante quotidiana.

Letta ha parlato di “vigilanza”, ovviamente democratica, contro il rischio di regressione democratica, ha usato il termine “velocità” del governo che non vuol dire competenza o adottare le misure giuste rispetto alla crisi economica ed energetica (fino a qualche giorno fa, diceva invece, ossessivamente che bisognava fare presto).
Conte, parla anche lui di vigilanza sui diritti. Come se qualcuno ne avesse il monopolio per diritto divino.

Salvini, ha bruciato due ore prima i concetti che la Meloni ha espresso poi, istituzionalmente al Quirinale: “Faremo presto, sarà un governo all’altezza. Saremo pronti”. Una scelta che lo ha portato a scippare perfino lo slogan di Fdi. Ci aspettano sicuramente mesi di annunci mediatici, tanto per tornare primo attore.
A Tajani, confidando che l’aria dentro Fi si rassereni, non resta, infine che moderare la lucida e studiata follia del Cavaliere, su atlantismo, Putin, sanzioni e vere cause della guerra in Ucraina, e su chi vuole veramente continuarla (Biden e Zelensky).
Tutto questo mentre Calenda giura che il nuovo governo durerà sei mesi.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Guerra sfiorata nel Mar Nero

Articolo successivo

Motomondiale: Gp Malesia. Pole e record della pista per Foggia in Moto3

0  0,00