Cdx diviso su migranti. Salvini piace alla gente, non piace alla Meloni

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Ultimissimi dati sulla popolarità dei politici (Agorà di ieri): Meloni perde tre punti percentuali e, guarda, caso, li conquista Salvini. Certo, la distanza tra i due, a livello di partiti, è abissale (Fdi aumenta nelle intenzioni di voto dello 0,3%, raggiungendo quasi quota 30% e la Lega scende al 7%, -0,2%), ma il campanello d’allarme è suonato da un pezzo.

L’avevamo detto e scritto ben prima del varo del governo Meloni. Il pericolo per il nuovo esecutivo di centro-destra, non sarebbe stata la sinistra, divisa equamente tra nostalgici imperituri dell’ideologia antifascista, “rosiconi” indomiti, manichei astratti, né tanto meno Silvio Berlusconi, che da tempo ha imboccato una deriva irreversibile (azzurri dilaniati tra i conservatori che saranno inesorabilmente vampirizzati da Fdi e i moderati il cui ruolo di mastice col centro, la Ue, i poteri forti internazionali lo sta svolgendo meglio il duo Calenda-Renzi), ma sarebbe stato proprio Matteo Salvini.

Il Capitano, nell’ultima riunione federale della Lega, come noto, ha detto chiaramente ai maggiorenti padani che ha bisogno di un anno di tempo per recuperare i consensi, risalire la china (un partito sceso dal 34% delle europee all’8% delle ultime politiche); e come intende farlo? Esattamente come sta facendo. Monopolizzare i temi, gli argomenti ritenuti geneticamente leghisti (immigrazione, sicurezza, infrastrutture), anche a discapito degli equilibri governativi.
Una tecnica consolidata che confonde la realtà con la narrazione, i fatti con gli annunci.

Ed era logico che non si sarebbe fatto sfuggire il primo serio appuntamento con le Ong. Un film già visto quando era ministro degli Interni col Conte-1, che non ha portato risultati degni di nota. Semmai ha divaricato rapporti internazionali, rotto alleanze storiche, condannando l’Italia a una politica muscolare, orgogliosa, impoliticamente sovranista; utile solo per rafforzare il consenso interno.

Intendiamoci, la Francia fa schifo, sia come ha reagito in questi giorni, sia per l’odio e il pregiudizio atavico che nutre nei nostri confronti.
E in quanto a gestione dell’immigrazione (si pensi a come la sua polizia si comporta alle nostre frontiere), è sicuramente più estremista di Salvini.
Ma resta il vulnus: il leader della Lega spariglia i giochi, spacca le mediazioni e fa demagogia.

Il caso della Ocean Viking è emblematico: la Meloni era riuscita a comporre gli interessi, a sollevare la questione della equa distribuzione dei migranti, a riproporre la loro classificazione naturale (migranti economici, profughi per guerra), e a ipotizzare la correzione degli accordi di Dublino. Invocando una nuova collaborazione e coralità europea.
Un buon lavoro diplomatico, alternando fermezza e pragmatismo, principii e postura costruttiva.
E proprio quando la nave si stava dirigendo verso Tolone, Salvini ha dato il via alla sua solita campagna social: “Abbiamo vinto, la Francia abbassa la testa, l’aria è cambiata”.

E naturalmente, i francesi hanno ripreso a fare i francesi: nazionalisti, giacobini, anche grazie al contributo della Le Pen che ha immediatamente accusato Parigi di essere debole, a dimostrazione che gli opposti sovranismi non si conciliano.

Se questa strategia salviniana continuerà si prevedono molti scossoni in seno alla maggioranza. Non dimentichiamo che a Palazzo Madama il governo ha solo 11 punti sopra l’opposizione.
La stessa premier ne è consapevole, al punto che in molte occasioni ha bacchettato Salvini, sempre sui social, dicendo che prima di comunicare dovrebbe avvertire: le idee e le proposte (anzi, per meglio dire, gli annunci) si concordano, si condividono.
Del resto, il voto del 25 settembre ha dimostrato che Fdi e Lega si contendono fisicamente il consenso. Un bacino unicamente interno al centro-destra. I voti che ha perso la Lega li ha conquistati Fdi. Ed è logico che tra i due partiti ci sia sempre una competizione nemmeno tanto sotterranea.
In campagna elettorale, sembravano separati in casa, sia nei programmi, sia nelle dichiarazioni (pur enfatizzando pubblicamente l’unità dello schieramento), e il mantra è stato: chi prende più voti diventa premier.
E’ scontato che Salvini non abbia preso bene la crescita di Fdi a discapito del suo pascolo elettorale che a sua volta, dopo la fase nordista, aveva preso alla destra, approfittando del vuoto lasciato da An (la fase sovranista del “primato degli italiani”), e che in prospettiva miri a riprendersi il suo (ma è il suo o è tornato all’ovile?). Una strategia che cozza apertamente con la nuova leadership meloniana.

Per ora la premier non corre rischi, ma alla lunga, l’anarchia salviniana potrebbe scalfirla. Erodendo il governo. La costante delle diarchie conflittuali nel centro-destra è una triste regola: Bossi contro Berlusconi, Fini contro Storace, Fini contro Berlusconi.

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