Giorgia attenta, sull’Europa rischi di fare il gioco di Macron

venerdì, 10 Febbraio 2023
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Ricordate la foto dell’allora premier Draghi con Macron e Scholz in viaggio in treno verso Kiev? L’Italia era in prima linea nel gestire la risposta all’aggressione russa, grazie all’intervento di super Mario, che era riuscito nel giro di una notte – con una semplice telefonata col Segretario del Tesoro Janet Yellen – a bloccare i conti della banca centrale russa. Sono passati pochi mesi ma è come se fossero trascorsi anni: alla destra di governo sono bastati due o tre incontri per far tornare l’Italia al ruolo dei vecchi tempi. Irrilevante e ondivaga.

I ceffoni presi negli ultimi tre giorni ne sono la dimostrazione: prima i ministri francese e tedesco Bruno Le Maire e Robert Habeck se ne solo volati a Washington per ammorbidire la posizione americana sui sussidi senza invitare Giorgetti, poi Macron ha apparecchiato una cena con Scholz e Zelensky “dimenticandosi” di avvisare la Meloni, che l’ha saputo dai giornali.

E per chiudere lo stesso Zelensky ha negato alla premier un colloquio a due durante il suo passaggio a Bruxelles, una cortesia che onor del vero la leader di FdI avrebbe ben meritato considerando la posizione filoatlantista del suo partito. Incredibile ma vero, pare che dietro lo sgarbo del leader ucraino ci sia la figuraccia fatta con la pessima gestione dell’invito a Sanremo e le posizioni decisamente ambigue degli alleati leghisti sul conflitto ucraino. L’ha ammesso lo stesso Maurizio Lupi, secondo il quale “bisognerebbe avere più coraggio. Zelensky o lo inviti o non lo inviti. I tentennamenti non aiutano l’Italia sullo scenario internazionale”.

La Meloni per ora ha reagito in maniera veemente, almeno a giudicare dalle ricostruzioni di Repubblica. La premier starebbe pensando di tornare allearsi col blocco di destra, guidato da Polonia e Repubblica Ceca, e concordare una politica di ostruzionismo sui dossier sensibili, a partire dal via libera agli aiuti di stato che i tedeschi vorrebbero ottenere per versare centinaia di miliardi sulle aziende locali rispondendo così ai sussidi americani.

I problemi di questa strategia sono due: prima di tutto non è detto che Polonia e Repubblica ceca, i cui conti pubblici sono in condizioni molto migliori di quelli italiani, abbiano davvero interesse a seguire la Meloni sullo scontro frontale. E se anche fosse lo farebbero a prezzo di chissà quali richieste; così, invece che a rimorchio di Parigi ci troveremmo a farei valletti di Varsavia. Secondo, è evidente che Macron e Scholz non sono minimamente preoccupati di eventuali impedimenti a livello europeo, altrimenti non sarebbero andati a Washington senza coinvolgere le autorità di Bruxelles. I due paesi sono convinti di poter fare il bello e il cattivo tempo; se non si preoccupano delle reazioni della von der Leyen viene da dubitare che si sentano minacciati da un eventuale cambio di strategia della Meloni.

Anzi, a discolpa di Giorgia va detto che dal momento del suo arrivo a Palazzo Chigi Macron ha fatto di tutto per mantenere uno stato di tensione con l’Italia, a partire dal caso Viking di sicuro gestito male da Roma ma fatto esplodere dalla reazione abnorme di Parigi, che ha usato quel confronto come una scusa per bollare Meloni come leader inaffidabile e rendere carta straccia il patto del Quirinale firmato l’anno prima con Draghi.

Ma questo fatto non cambia la situazione; la Meloni deve trovare una coerenza interna nell’atteggiamento del suo governo; essere atlantisti ma pure filorussi (vedi Salvini e Berlusconi), vicini al blocco di Visegrad ma solo quando conviene, ragionevoli sul Pnrr ma pronti a puntare i piedi su tutto il resto non farà altro che aumentare l’impressione di inaffidabilità dell’Italia. E un’Italia inaffidabile, quindi da mettere in un angolo, è proprio quello che Macron e Scholz vogliono. Lo sapeva bene Draghi, che su quel treno per Kiev era riuscito a salire mentre a Giorgia si nega pure un posto a tavola.

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