Dal pomeriggio di lunedì 13 febbraio gli esponenti del centrodestra sono su di giri e rilasciano dichiarazioni trionfalistiche. Ne hanno ben donde. Le elezioni regionali in Lombardia e nel Lazio, che rappresentavano il primo, serio test per la coalizione al governo, sono andate al di là delle più rosee attese.
Tanto per cominciare, i due candidati presidenti, Attilio Fontana in Lombardia e Francesco Rocca nel Lazio, hanno vinto entrambi con ampio margine, a significare che il centrodestra ha realmente convinto gli elettori. Conquistando la Regione della Capitale d’Italia, la coalizione estende ulteriormente il suo potere sui territori italiani (ora governa 16 Regioni su 20)
La scarsa affluenza al voto, intorno al 40% (mai così bassa nella storia elettorale italiana), non attenua il valore di questa vittoria, perché l’astensionismo normalmente riguarda tutti, non solo chi perde.
Il fatto è che le ragioni del non voto dipendono da carenze generali del sistema, primo fra tutti il ridimensionamento del ruolo della politica nella società, cioè l’indebolimento oggettivo del potere di governi, parlamenti, istituzioni rappresentative varie. E ciò per effetto del restringimento della sovranità nazionale, a vantaggio di poteri, sovranazionali e globali, posti all’esterno della politica stessa.
La percezione di questo ridimensionamento si va diffondendo nell’opinione pubblica e genera inevitabilmente sfiducia crescente nelle proposte dei partiti. Non si tratta più della delusione per le promesse politiche non mantenute, ma di una sensazione nuova e ancora più frustrante: l’idea che le promesse politiche “non possano” , in questa fase storica, essere mantenute. Di qui il carattere strutturale, se non interviene un qualche, imponente mutamento di temperie collettiva, della tendenza al non voto.
Mettiamoci anche, in occasione di queste regionali, una possibile stanchezza negli elettori lombardi e laziali, chiamati due volte alle urne nel giro di pochi mesi. Una stanchezza, vale la pena di aggiungere, che si è accompagnata anche a un rilevante fattore di distrazione di massa, come le polemiche scoppiate intorno al Festival di Sanremo: il fatto che a catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica, nella cruciale settimana che ha preceduto il voto, siano state le provocazioni di vari personaggi dello spettacolo non si è rivelato certo un incentivo per recarsi alle urne. Tant’è che nella serata di sabato, invece che dalle consuete indicazioni di voto, i social sono stati invasi dalle immagini degli sbaciucchiamenti omosex tra Fedez e Rosa Chemical.
Se, pur in queste condizioni sfavorevoli al confronto politico, il centrodestra è riuscito a motivare i propri elettori meglio di quanto non sia riuscito a fare il centrosinistra vuol dire che questo campo della politica mantiene una sua indiscutibile vitalità.
Altro motivo di soddisfazione per i leader della coalizione, e in particolare per Giorgia Meloni, è il fatto che l’esito elettorale non ha modificato gli equilibri interni del centrodestra. Non a caso, la premier ha subito dichiarato, già mentre arrivavano i primi dati, che «il risultato delle regionali rafforza il centrodestra e il governo». FdI ha vinto confermandosi primo partito italiano, come tutti si aspettavano. Ma senza “cannibalizzare” gli alleati, come molti temevano. Anzi, diciamo che il partito della Meloni ha fatto da traino all’intera coalizione. Così in Lombardia, dove la Lega supera di oltre tre punti il risultato delle politiche, portando a livelli accettabili lo svantaggio rispetto a Fratelli d’Italia. Anche Forza Italia mantiene (anzi in Lombardia migliora) le sue posizioni.
Se ciò non fosse avvenuto, se quindi Lega e FI fossero uscite ulteriormente ridimensionate dal voto, è certo che oggi il clima dentro il centrodestra sarebbe assai meno sereno. Tanto Matteo Salvini quanto Silvio Berlusconi darebbero già segni di nervosismo, con inevitabili ripercussioni sulla stabilità del governo.
Il Cavaliere ha già, per la verità, provocato guai alla Meloni con l’uscita filo-Putin e anti-Zelensky di domenica scorsa. Pare che le dichiarazioni dell’anziano leader abbiano messo in forse l’annunciato viaggio della premier a Kiev. Sia la Farnesina sia Palazzo Chigi stanno lavorando in questi giorni per superare l’irritazione degli ucraini e rendere possibile la missione della premier.
Indipendentemente dalle sorti del viaggio a Kiev, l’uscita di Berlusconi ha però avuto anche l’effetto, indiretto, di rafforzare la posizione della Meloni di fronte alleati europei e occidentali, trasformandola nella prima garante della politica estera del governo, senza con questo ridimensionare il ruolo di Antonio Tajani. Anzi, diciamo che il ministro degli Esteri rimane l’interlocutore privilegiato della premier dentro Forza Italia. L’obiettivo è anche quello di “disattivare” le possibili intemperanze del Cavaliere dovute alla sua inesausta voglia di protagonismo. In questo tentativo di rendere in qualche modo “tranquillo” il leader di FI rientra anche la scelta della Meloni di chiedere all’Avvocatura dello Stato di rinunciare alla costituzione di parte civile nel processo Ruby ter, gesto che non potrà non essere apprezzato da Berlusconi.
In linea di massina, s’annuncia un periodo relativamente tranquillo per il governo nei prossimi mesi. L’abbassamento della tensione all’interno della coalizione, unito al miglioramento delle previsioni economiche per il 2023, fa ritenere che la strada dell’esecutivo potrà essere in discesa fino al prossimo, impegnativo test elettorale: le europee del 2024. A tale scadenza manca circa un anno e mezzo. E il governo ha tutto il tempo di consolidare le sue posizioni, anche perché l’inquilina di Palazzo Chigi non dovrà confrontarsi con una opposizione né agguerrita né unita.
Ma anche le strade in discesa possono riservare curve pericolose. Queste insidie, per la Meloni, dipendono essenzialmente dai dossier economici e dai rapporti con l’Europa, due temi tra loro congiunti, perché la possibilità di interventi in favore di imprese, lavoro e servizi sociali sono strettamente legate alle condizioni che la premier riuscirà a strappare nei vari confronti con partner Ue, soprattutto per quello che riguarda la spinosa questione degli aiuti di Stato alle imprese, questione che vede l’Italia penalizzata dalla linea seguita da Francia e Germania.
Dovrà essere prudente, la premier, ma non dovrà essere nemmeno accondiscendente. E non sarà facile. Anche perché nessuno le farà sconti. Né in Europa, dove dovrà consolidare le sue posizioni, né in Italia, dove le attese nei suoi confronti continuano a essere elevate, come ha dimostrato lo stesso risultato elettorale.
È importante per la Meloni non comunicare all’opinione pubblica l’idea che il suo governo punta solo a durare nel tempo. Fondamentale è continuare a diffondere l’idea di compiere una “mission” per trasformare l’Italia.
Si può affrontare male una curva, non solo per troppa fiducia, ma anche per troppa prudenza. E finire fuori strada senza neanche sapere perché.



