La navigazione del governo Meloni sta entrando in una fase insidiosa: grandi scogli si profilano di qui a dicembre e c’è la possibilità che la maggioranza viva una serie di non lievi psicodrammi.
L’autunno, si sa, è da sempre una stagione delicata, per via della massacrante fase della legge di bilancio, con i soliti rimbrotti europei a corredo. Quest’anno però la situazione s’è fatta più complicata a causa della crisi scoppiata con la guerra tra Israele e Hamas, una crisi che aggrava la già pesante situazione internazionale prodotta dal conflitto in Ucraina. Ed è proprio questo il primo grande scoglio che devono affrontare Giorgia Meloni e si suoi ministri.
Come può, una guerra che si svolge a diverse migliaia di chilometri, incidere sulla stabilità del nostro governo? Direttamente non incide, certo. Però, in via indiretta, può avere un suo effetto. E non si tratta di un effetto positivo, visto che i momenti di crisi internazionale rendono solitamente nervosi i mercati, con tutte le difficoltà finanziarie che ne conseguono, a tutto pregiudizio dei Paesi ad alto debito come il nostro.
I rischi finanziari connessi al conflitto scoppiato in questi giorni intorno alla Striscia di Gaza consistono essenzialmente nella possibilità di uno choc energetico, con le eventali, pesanti ricadute sulle bollette e sul pieno di benzina. Intendiamoci, è una possibilità remota, ma che si potrebbe sempre verificare nel caso di un allargamento della guerra all’Iran e di un impegno diretto degli Usa attraverso le sue portaerei nel Mediterraneo. In quel caso le quotazioni del greggio e del gas sarebbero destinate a salire. Nulla a che vedere, certo, con lo choc petrolifero seguito alla guerra del Kippur del 1973, quando i Paesi dell’Opec decisero un vertiginoso aumento del prezzo del petrolio e gli italiani sperimentarono, subito dopo, l’ebbrezza delle domeniche a piedi per la limitazione degli approvvigionamenti di greggio. Ma non sarebbe comunque una passeggiata neanche oggi un’eventuale alterazione del mercato energetico. Una tale eventualità non rappresenterebbe soprattutto una benedizione per il governo Meloni, che ha dovuto già limitare la sua politica sociale ed economica per fare fronte all’aumento dei prezzi del gas seguito alla guerra in Ucraina e alle sanzioni contro la Russia.
Ma gli scogli del governo Meloni non finiscono con i rischi che incombono sul mercato petrolifero. Ostacolo, per certi versi, più impervio è quello che attende l’esecutivo nelle prossime settimane con la sequenza delle “sentenze” sull’affidabilità finanziaria dell’Italia che arriverà dalle agenzie di rating. Si comincia domani 20 ottobre con Standard&Poors e si proseguirà il 10 novembre con Fitch. Il più temuto dal governo è il giudizio di Moody’s, previsto per il 17 novembre. Se il giudizio delle prime due agenzie è stabile, quello della terza tende al negativo. Un eventuale declassamento avrebbe conseguenze pesanti. Molti fondi d’investimento sarebbero costretti a vendere i Btb e i Bot che hanno in portafoglio. E, in tal caso, non sarebbe certo facile per il governo l’impresa di collocare 548 miliardi di euro sul mercato il prossimo anno. E tutto ciò senza contare l’inevitabile innalzamento dello spread e il conseguente appesantimento del bilancio pubblico. A quel punto che cosa resterebbe delle promesse della maggioranza in materia di riforma fiscale, sostegno al lavoro e alle famiglie, aumento delle pensioni minime?
Al governo non si limitano a fare gli scongiuri ma cercano di prevenire il peggio attraverso una manovra «seria, responsabile, prudente». Il che vuol dire una manovra blindata e senza possibilità di rilevanti ritocchi.
Certo, se la Meloni dovesse superare questi scogli d’autunno, la sua strada sarebbe sostanzialmente in discesa fino alle prossime elezioni europee. Sicuro però è anche il fatto che, al di là del profilo meramente contabile, queste travagliate settimane stanno facendo emergere un rilevante cortocircuito psicopolitico: il destino di uno schieramento che è salito al governo in nome della “sovranità” dipende, per buona parte, da giudizi e scelte di soggetti collocati ben al di fuori delle frontiere nazionali.
Le solite malelingue attribuiscono a Giancarlo Giorgetti questa battuta: «L’unica cosa davvero sovrana che c’è, è il debito pubblico». È il realismo della politica odierna. Ma anche il suo dramma.



