Tele-Meloni? Salis, migranti, diritto diseguale, ecco l’egemonia culturale della sinistra

“Tele-Meloni a reti unificate”.

Ovviamente la stampa di sinistra ha colto la palla al balzo per criticare aspramente la risposta mediatica della premier (il concetto di libertà, le recenti scelte dell’esecutivo), utilizzando la sua nota e popolare rubrica social “Gli appunti di Giorgia”; un messaggio unilaterale e non una conferenza stampa, dove sarebbe stata “inchiodata alla verità”.

Il tema è il solito: dem, grillini e giornalisti affini evocano ossessivamente lo spettro del fascismo, la svolta autoritaria in atto; sempre bravi a dire quello che devono fare gli altri, ma che non hanno mai realizzato quando sono stati al governo; e perfetti nel giudicare, pontificare, dare i voti, pretendendo di incarnare religiosamente la democrazia, la Costituzione, la cultura, l’etica, la morale, il progresso, i diritti etc.

Col risultato che non solo stanno drammatizzando il clima politico, motivato anche dalla campagna elettorale europea, raccogliendo i frutti in termini di violenza (e ce ne stiamo accorgendo con le piazze giovanili filo-Palestina, filo-ambiente, o che negano il diritto di parola a ministri ed esponenti del centro-destra), ma addirittura hanno perso pure il gusto dell’ironia. Ben inteso, quando la satira dei soliti comici organici al mainstream sbeffeggia antropologicamente la destra, ridono; quando la cosa si rovescia, o fingono di non capire o si indignano.

Ed ecco che “tele-Meloni” diventa automaticamente la tv “modello-Orban”.

Apriti cielo. E poi, come mammolette rifiutano sistematicamente di essere i protagonisti, gli assertori, i comunicatori, i fan e gli ascari dell’egemonia culturale, secondo i precetti gramsciani.

Attenzione: non si tratta dell’ovvio riequilibrio delle forze in campo, per quanto attiene alla Rai, azienda pubblica, storicamente al centro della istituzionale lottizzazione partitica (un canale alla Dc, uno ai socialisti, uno ai comunisti). E’ lo spoil system, assolutamente normale in una corretta e non tossica democrazia dell’alternanza.

C’è qualcosa di più profondo e sottile. La difficoltà ad ammettere l’egemonia culturale è perché da un lato, la sinistra intellettuale, politica e giornalistica si ritiene veramente superiore sul piano etico; e dall’altro lato, avendo scientificamente lavorato da decenni sui termini, le parole, gli schemi interpretativi della realtà, si identifica ormai strutturalmente e geneticamente col pensiero unico dominante, trasformatosi di fatto in una sorta di vocabolario di luoghi comuni a 360 gradi (possiamo definirlo “il luogocomunismo”).

Difficile uscire da tale schema o accettare che ne esistano altri di uguale dignità e importanza. Perché c’è il bene contro il male, l’amico contro il nemico: è il primato della neo-lingua laicista, liberal e radical.

Gli esempi sono immensi, dai titoli dei giornali, dalle domande degli operatori dell’informazione, alle analisi dotte dei docenti, alle dichiarazioni dei politici.

Quando si parla della Salis, ad esempio, si dice la “militante antifascista”, e la vittima delle aggressioni (le cui modalità e gravità saranno stabilite dai magistrati ungheresi) un “nazista”.
Non si dice, “la picchiatrice rossa” (sempre al netto del lavoro dei giudici), o “l’estremista di sinistra”, e la vittima “un giovane di destra”.

Perché? Cosa c’è dietro?
L’obiettivo ideologico finalizzato a legittimare una sorta di “polizia antifascista internazionale” che, come durante la seconda guerra mondiale, può colpire ovunque, laddove si ravvisino dittature pericolose. Pensate che sarebbe successo, se al contrario, un manipolo di giovani di destra fosse andato in Francia ad aggredire giovani “democratici, progressisti, antifascisti”, oppure “Lgbtq”.

E ancora: se un cittadino supera un posto di blocco, o aggredisce la Polizia, e le Forze dell’Ordine reagiscono, il giorno dopo su certe testate, tipo Repubblica, la Stampa e non solo, in prima pagina non si scrive “che la Polizia reagisce”, ma che “la Polizia spara” (residuo libertario e anti-autoritario del ’68).

E ancora: per un famoso accordo tra Unar e Ordine dei giornalisti, quante volte abbiamo capito che uno stupro è stato ad opera di un migrante, oppure un incidente dovuto a droga o alcol?

Con grande difficoltà. Siamo riusciti a comprendere i collegamenti solo alla trentesima riga. Perché? Per evitare l’associazione di idee (strumentalizzabile dalla destra e quindi, una manipolazione negativa), tra reati e immigrazione clandestina; o l’associazione di idee tra abuso di alcol e uso delle droghe (un pericolo per la sinistra, in vista della auspicata liberalizzazione delle droghe leggere).

E ancora: siccome la sinistra è perdente proprio sull’immigrazione, adesso il mantra è che la narrazione populista sia sbagliata, e che l’argomento è complesso e non si può semplificare.

Certo, forse la narrazione populista alla lunga stanca, è emotiva, di pancia, ma il flop vero è la narrazione progressista e purtroppo, catto-comunista. Che si è articolata in tre step: primo, da “professionisti dell’umanità”, hanno preteso il “tutti dentro”, in quanto fratelli, figli del mondo, non distinguendo tra accoglienza sostenibile (parametrata alle capacità abitative, sanitarie e lavorative degli Stati), e la cittadinanza che presuppone un percorso di accettazione dei valori identitari e costituzionali del paese che ospita.

Poi, secondo step, evidenziando il vero razzismo (altro che quello di cui accusano la destra), hanno detto che i migranti sono destinati a fare i camerieri, i braccianti, gli operai, i lavori umili che gli italiani non fanno più (il nuovo feudalesimo in salsa rosa-rossa).

Infine, terzo step, di fronte alla crescita zero, all’inverno demografico, anziché varare serie politiche di sostegno alla famiglia, preferiscono l’accesso indiscriminato da fuori, fregandosene degli effetti sociali e troppo spesso criminali di tale tolleranza. In buona sostanza quell’ “etno-sostituzione”, parola che dà tanto fastidio alla sinistra. Che se analizzata per quello che è rientra perfettamente nei criteri ideologici del mondialismo, della globalizzazione economica e culturale, che vuole abbattere i confini, le sovranità nazionali e le identità storiche, culturali e religiose dei popoli. Per costruire un mondo di apolidi, precari e liquidi. Tutti schiavi dell’economia. Senza distinzione tra migranti e locali.

Infine, quando si è di fronte a un reato commesso da un migrante o da un povero, non si dice normalmente che bisogna analizzare le condizioni, il contesto socio-economico del colpevole? Quanti sanno che si tratta di marxismo? Marx, infatti, ha scritto che “l’ambiente determina la coscienza”. Da qui, il teorema del “diritto diseguale”, sostenuto da Magistratura democratica a partire dagli anni Settanta, circa reati commessi da immigrati o dai meno abbienti (delitti, rapine, occupazioni abusive di case), che vanno puniti diversamente rispetto al medesimo reato compiuto da un italiano o da un cittadino benestante, nel nome del “disagio sociale” o della “diversità culturale”.

Ecco, una breve lista della spesa. Per renderci conto di quanto l’egemonia culturale della sinistra, declinata nella realtà, sia stata e sia oggi devastante e da combattere radicalmente, prima che sia troppo tardi.

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Autore

Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc.) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione.

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