“Ingovernabile, Melenchon mai primo ministro” sono queste le parole di Attali che commenta un vittorioso Melenchon: “Macron ha perso, sarò io il primo ministro”.
“Melenchon sogna, non sarà mai primo ministro”. Ribadisce Jacques Attali, economista, storico, saggista e uno dei consiglieri più fidati di Francois Mitterrand all’Eliseo. Già perché il partito di Macron ora dovrà fare i conti con chi vuole smobilitare in Ucraina e ha idee non così di diverse dalla Le Pen in ambito Ue. La soluzione: “ripulire” l’alleanza da alcuni parlamentari (soprattutto quelli a rischio antisemita, uno dei problemi politici di Melenchon).
Melenchon non aveva risparmiato critiche (ferocissime a Macron) di fatto scrivendo un programma opposto, soprattutto in politica estera. Filosofia “anti-mercato” e “no global” che a Macron non piace anche se in politica sappiamo come valga tutto in sede di trattativa. (In Italia abbiamo avuto due governi “opposti” in soli tre anni, con Pd e Lega a scambiarsi i ruoli, mantenendo i 5S come cardine.
Il trasformismo di Conte non fu premiato alle urne nel 2022, anche se in Italia l’ultimo vero campo larghissimo anti Berlusconi è datato 2006. Prodi però non riuscì a durare due anni). “Sono contento perché è stato evitato il pericolo fascista – ha detto Attali in un’intervista a La Stampa – ma la Francia si trova in una situazione ingovernabile. Perché nessun partito ha la maggioranza, molti deputati sono stati eletti non per il loro programma ma per fare blocco contro il candidato fascista. E inoltre molti candidati di sinistra sono stati eletti con i voti di destra così come molti deputati di destra sono stati eletti con i voti di sinistra”.
L’unico vero risultato? La Le Pen è stata bloccata ma in realtà non sono al palo le idee della stessa, ben presenti nelle schiere di Melenchon, idee che “non piacciono ai mercati”, il vero termometro delle oligarchie (questo sono) europee.
La vera sfida? La sinistra francese saprà ripulirsi dalle frange estreme e portare al centro i bisogni dei cittadini, schiacciati da carovita e leggi inique europee (la sinistra di Melenchon nel programma ha il superamento del patto di stabilità ad esempio). Il tutto va mediato con il “cuore instabile” delle periferie, che hanno portato voti ma anche ideologie non proprio in linea con la Repubblica (la situazione è preoccupante, come sottolineano i servizi francesi e le derive estremiste ardono). La Francia è la fotocopia di ciò che è successo in Europa: la popolazione vota per protesta e la governance ignora tale segnale, di fatto restaurando il proprio status.
Un Melenchon in Italia non esiste, questo politico incarna una sinistra che da noi è di fatto scomparsa nel 2008 con la rivoluzione liberale di Veltroni. I paragoni con il nostro sistema (a cui manca anche un partito socialista) sono impossibili e denotano scarsa conoscenza politica.
Il programma di Melenchon è fortemente anti sistema, per non dire in antitesi a quella Ue sbandierata (spesso senza analisi profonde) dal nostro campo progressista. Un Ue non keynesiana che di fatto con il patto di stabilità ha eroso lo stato sociale ed impoverito la classe media. In Italia serve un piano industriale per recuperare terreno in economia (che ora viaggia meglio di Spagna e Germania) e l’esordio del Piano Mattei in Africa pare andare nella direzione giusta. Una Francia instabile non recupererà più terreno nel Sahel (da dove è stata cacciata) e l’area a livello strategico l’Occidente non può lasciarla solo in mani cinesi e russe.
L’Italia è l’unico paese occidentale ben visto nella zona e può con Eni iniziare una penetrazione profonda nelle economie d’area.
Il modus? Quello d’Enrico Mattei, ovvero della cooperazione internazionale: in cambio di materie prime a prezzi fissi il nostro Paese s’impegna a formare tecnici locali e costruisce grandi opere (porti, dighe e strade) la cui gestione poi passerà alle governance africane. Per tale scopo sarebbe saggio che intorno al Piano Mattei si sviluppasse una sorta d’unione di stati africani e mediterranei, un’organizzazione con in cabina di regia l’Italia che possa ragionare a lungo termine riguardo le politiche economiche delle nostre aree d’interesse strategico. Servirà uno sforzo enorme, serve fare sistema (in fretta) e coinvolgere le imprese di Stato, oltre alle Pmi ed ovviamente l’Intelligence economica.
Con Berlino sommersa dai debiti e Parigi instabile è l’occasione giusta per provare a contare di più in Ue partendo dall’esterno. L’Italia polo in Africa non potrà essere esclusa da trattative di nessun genere, soprattutto perché diventerebbe il rubinetto energetico per parte dell’Europa.
L’Italia non può più aspettare o rischia un lungo inverno economico.



