Maternità surrogata. Il “reato universale” sta nelle parole della politica. Ecco quali

giovedì, 17 Ottobre 2024
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Finalmente un atto di civiltà. Ieri il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge per rendere la maternità surrogata “reato universale”, con 84 voti favorevoli e 58 contrari.

Una conta che rispecchia di fatto il Paese. Un recente sondaggio ha detto che il 40% è favorevole a tale pratica. Il che significa che indubbiamente c’è un orientamento “pro” e “contro” assolutamente trasversale. Però va detto, che la percentuale dei favorevoli è aumentata unicamente per la richiesta continua di coppie eterosessuali che non possono avere figli (posto che avere i figli, quando la natura non lo consente, sia un diritto e non un sogno-capriccio dei singoli individui).
La destra (centro) di governo ha fatto benissimo ad affermare e imporre legalmente questa legge, proprio in virtù del fatto che occorre lasciare un segno preciso alle nuove generazioni, così come ci deve essere una differenza sostanziale, in termini di visione della società tra destra e sinistra.

Invece purtroppo, lo schema consueto e banale del mainstream divide i cittadini in “buoni” e “cattivi”, tra chi sostiene la “modernità” e chi il “medioevo”.
Lo abbiamo scritto tante volte: il mantra isterico “futuro-passato” è solo un’impostazione ideologica. Ci sono due concezioni della modernità, legittime ma incompatibili; una “modernità laicista” e una “antropologica”, incentrata sul diritto alla vita, sulla famiglia naturale e sulle identità storiche, culturali e religiose dei popoli.

Ma nel dibattito parlamentare che è scaturito in occasione di questa legge (a prima firma della deputata FdI Carolina Varchi, che punisce, da tre mesi a tre anni, cui si aggiunge una multa da 600mila euro a un milione di euro, chi vi ricorre e anche quegli italiani che vanno all’estero dove è legale), possiamo cogliere tutte le sfumature e le posture dei vari partiti. Un’analisi che conferma la povertà di impostazione e la faziosità mirate a dividere e drogare l’opinione pubblica.
Innanzitutto, la verità va chiamata per nome: basta col termine neutro, fintamente asettico e scientifico, in realtà già pensiero unico, di “gestazione per altri”; parliamo di “utero in affitto”.
Ivan Scalfarotto, rappresenta quella sinistra che consapevole di essere perdente sul tema dei figli (aborto, matrimoni e adozioni gay), tenta di appropiarsi del concetto. Ha presentato, infatti, un emendamento “per evitare un pregiudizio per i diritti e gli interessi del minore”.

La pentastellata Elisa Pirro ha bollato il Ddl come “un volgare attacco alle coppie omosessuali”, figlio di “un delirio di onnipotenza” del centrodestra. “I reati sono universali quando la comunità internazionale li riconosce come tali – ha incalzato – non perché lo dice l’Italia”.

Tradotto: l’Italia non può ergersi a modello alternativo al globalismo liberal e radical; il governo di destra non può fare la destra, altrimenti ha il delirio di onnipotenza (vorremmo vedere se a Palazzo Chigi ci fosse stata la sinistra, altro che leggi laiciste e filo-Lgbtq). Denunciando il Ddl nel nome dei diritti degli omosessuali, ha rivelato il vero scopo della protesta anti-utero in affitto: allargare la pratica a tutti e al mondo arcobaleno. In quanto alla comunità internazionale, nessuno cerchi di intestarsi la rappresentanza dell’umanità.

Il dem Filippo Sensi che ha tirato in ballo la propria fede personale, sostenendo che anche un cattolico può essere per la Gpa, “perché al cuore del messaggio cristiano c’è solo l’amore”, incarna il prototipo bislacco e utopistico del catto-comunista.
Pure qui, tradotto: il “cristianesimo senza Cristo”. Un’idea fuorviante e secolarizzata di amore, sinonimo di buonismo da salotto e contrario alla dottrina della Chiesa (naturalmente per chi si proclama credente e non cattolico “fai da te”).

Dulcis in fundo, la posizione intermedia e furba di Fi, che la dice lunga sul suo recente corso voluto da Tajani e dai figli di Silvio Berlusconi: l’ala laicista del governo, nella prospettiva di disinfettare la maggioranza dalla “destra sovranista e populista”, spostandola verso un centro moderato-laicista, più vicino a Renzi e Calenda, in vista di futuri esecutivi, o tecnici o di unità nazionale. Per salvare capra e cavoli, l’azzurro Pierantonio Zanettin, si è rifugiato in calcio d’angolo e nel tecnicismo giuridico: “E’ improprio parlare di reato universale, perché nel caso specifico ci si limita a punire un cittadino italiano che all’estero ricorre alla maternità surrogata, fattispecie già vietata nel nostro Paese”. Il classico colpo al cerchio e uno alla botte.
Finalmente efficace la narrazione della destra. Fuori dall’aula la ministra della Famiglia, Eugenia Roccella, ha rivendicato la bontà del provvedimento, rovesciando il paradigma della sinistra: “Col voto del Parlamento italiano i diritti non sono stati negati, ma al contrario sono stati riaffermati e resi finalmente effettivi”.

Una controinformazione che dall’utero in affitto ripropone battaglie a 360 gradi, come quella veicolata dal presidente dei senatori di Fdi Lucio Malan: “Le opposizioni accusano FdI di ideologia? Siamo d’accordo, se per ideologia si intende difendere la dignità delle persone, delle madri, dei bambini, che hanno diritto a sapere chi è il loro padre, chi è la loro madre ed hanno diritto a non essere merce».
Un pensiero finale rivolto alle femministe storiche che hanno combattuto per la dignità del corpo della donna e per l’uguaglianza dei loro diritti: si trovano a loro agio in una sinistra che legittima ed esalta la mercificazione del corpo della donna, che mette al centro i desideri della mente e non i diritti naturali e che definisce l’utero in affitto, maternità sociale e solidale?

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