Sinistra, destra, Mattarella, Sala: i tanti patriottismi incompatibili

giovedì, 2 Gennaio 2025
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Il patriottismo è il riferimento alla terra dei padri. Tradotto, la “patria storica”, l’identità, l’appartenenza a una tradizione, a una cultura, a una religione, da parte di un popolo. Lo “Stato sovrano” si fonda su tre elementi (basta studiare e consultare qualsiasi testo di diritto): l’autosufficienza delle fonti giuridiche, la presenza appunto, di un popolo e di un territorio.
Parole in apparenza chiare; eppure specialmente negli ultimi giorni abbiamo ascoltato diverse versioni di patriottismo.
La sinistra, ad esempio, crede nella “patria ideologica” (è la bussola di ogni sua posizione, dichiarazione, battaglia politica). Si è cittadini solo se si aderisce a una precisa sfera di valori, tra l’altro scritti, nero su bianco, da una Costituzione; nel nostro caso la Costituzione “nata dalla Resistenza e antifascista”.
Provocazione: se l’Italia repubblicana non fosse nata dalla Resistenza (se fosse ancora in vigore lo Statuto Albertino), la Carta sarebbe stata ripudiata?
Non è una novità che la sinistra alla patria, preferisca l’umanità, la patria universale, concetti astratti, ideologici, figli del cosmopolitismo, del cittadino del mondo, dell’internazionalismo proletario.
Stessa visione (l’alleanza tra la sinistra forcaiola, globalista e certa magistratura) sulla base della quale si è tentato di mettere in galera Salvini: difendendo i confini, impedendo ai migranti della Open Arms di sbarcare sulle nostre coste, avrebbe leso i diritti dell’uomo. Come a dire, che in prima battuta, l’umanitarismo (la succitata patria ideologica) e in seconda, il diritto sovrannazionale-europeo, devono vincere sempre sul diritto nazionale.
Domanda: visto che una sovranità si fonda anche sul territorio, esistono territori senza confini? Ne discende che i confini delimitano una comunità, non la limitano.
E ancora: Cecilia Sala, come noto, è al centro di una delicata e complessa questione internazionale (lo scambio con Mohammad Abedini Najafabadi, un imprenditore iraniano accusato di aver fornito all’Iran delle componenti dei droni usati nelle recenti guerre, che hanno coinvolto gli Usa). Fermo restando il diritto della giornalista a tornare in Italia, è indubbio che lei appartiene alla nutrita schiera di “militanti della democrazia” (modello-Regeni), che vanno all’estero, nei paesi autocratici, teocratici, dittatoriali, a insegnare (a rischio della vita), con la loro attività professionale, la superiorità dell’Occidente. Da questo punto di vista si comprende la “violazione della legge islamica”, che ha motivato la sua attuale detenzione da parte delle autorità di Teheran. “Il Foglio”, (legittimamente), è o non è su chiare posizioni filo-Usa e filo-Israele? Questi due paesi, sono o non sono, i nemici dell’Iran? Ecco la ragione non unicamente strategica (lo scambio), di questo ricatto a spese della Sala.
Oltre al fatto che noi italiani, come al solito, facciamo il lavoro sporco per conto degli americani (l’arresto dell’iraniano Najafabadi), e ne paghiamo le conseguenze. Mai che accada il contrario (quando sono cittadini americani sotto processo, la giustizia Usa si comporta nei nostri confronti come se fossimo una colonia).
Quello della Sala è un altro patriottismo: la democrazia mondiale a mezzo stampa.
Infine, il patriottismo ribadito dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio di Fine Anno. L’Italia è di chi la ama (concetto già usato da Sarkozy), “nella quotidiana esperienza di tanti nostri concittadini, dai militari, ai medici, dagli insegnanti, agli studenti, da chi fa impresa, a chi gestisce l’ordine pubblico, dai volontari agli anziani che aiutano le loro famiglie, a chi è venuto qui per lavorare e rispetta i nostri valori e leggi, meritando percorsi di integrazione”.
Il suo è un “patriottismo della Costituzione”, diverso dal “patriottismo della nazione”, sostenuto con forza dalla destra di governo (anche se non sono mancati momenti di sovrapposizione, specialmente al tempo di Alleanza nazionale con Gianfranco Fini, presidente della Camera).
Un discorso, quello del capo dello Stato, ecumenico, nella migliore tradizione del cattolicesimo democratico, che apre giustamente all’integrazione di qualità.
Il tema però, è che il rispetto delle leggi e il solo lavoro, non sono condizioni sufficienti per un’integrazione solida. Si tratta tra l’altro, dello schema proposto dalla sinistra: basta “la legalità” per diventare italiani (mentre la destra unisce “legalità e identità”). Non vengono mai spiegati i valori: quelli costituzionali o quelli identitari (culturali, storici e religiosi) dell’Italia?
Domanda finale: i migranti islamici sono compatibili o no con un percorso di cittadinanza italiana?
Tanti patriottismi che se non risolti, possono ingenerare ambiguità e drammatici conflitti sociali. Che sono la miccia per l’attuale instabilità politica. E per le prossime prove tecniche di banlieues in salsa tricolore (come è accaduto a Milano, al quartiere Corvetto, dopo la morte di Ramy).

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