Naturalmente il Mainstream ha esaltato le affermazioni dei candidati liberal canadesi e australiani. Sia Mark Carney, sia Antony Albanese, indubbiamente, sono riusciti a rappresentare la reazione “Oltre-Oceano” a Trump. In Canada, ha prevalso il timore di una colonizzazione americana, in Australia in primis, l’effetto-dazi. Macigni annunciati dal tycoon.
Geo-economia e geopolitica quindi, sugli scudi. E non a caso si tratta di due paesi appartenenti al Commonwealth, che hanno come premier gli eletti dal popolo, ma come capo di Stato re Carlo. Il quale ha già annunciato che a fine maggio si recherà a Ottawa per rinsaldare il legame con Londra. Tradotto, ribadirà l’egemonia ideologia liberista e occidentalista.
Sì, perché, i due esponenti di centro-sinistra che hanno prevalso al voto, hanno vinto contrastando tutto quello che in questo momento incarnano le destre sovraniste: anti-globalizzazione, anti-migranti, strategie anti-guerra, posizioni equidistanti tra Kiev e Mosca e posizionamento filo-Trump.
Un effetto che in Europa, invece, sembra girare in senso diametralmente opposto.
In Romania, il candidato di estrema destra, George Simion, leader del partito nazionalista Aur, ha ottenuto il 40,5% delle preferenze al primo turno delle presidenziali. Al ballottaggio del 18 maggio sfiderà il candidato indipendente e sindaco di Bucarest Nicusor Dan che ha ottenuto appena il 20.9%, battendo di una manciata di voti il candidato europeista Crin Antonescu.
I romeni sono tornati al voto dopo che le elezioni annullate lo scorso anno hanno fatto precipitare il Paese, membro dell’Unione europea e della Nato, nella peggiore crisi politica degli ultimi decenni.
Cosa vuol dire? Che quando gli elettori scelgono al contrario dei desiderata di Bruxelles la democrazia “europea” ricorre alle sentenze antidemocratiche della magistratura.
Un verdetto chiarissimo, invece, quello delle urne: Simion ha ottenuto il doppio dei consensi rispetto a Georgescu (come noto, accusato di essere filo-Putin) e per questo inabilitato a raccogliere lo scettro per poter governare. E bloccato nella sua attività politica. Un’ingiustizia che si è riversata al voto. Facendo capire da che parte sta il popolo-sovrano.
Cosa farà ora il sistema “democratico e liberale”? Si attaccherà agli hacker russi?
Stessa cosa in Inghilterra. Alle elezioni locali di giovedì “Reform UK”, il partito sovranista di Nigel Farage, è andato benissimo. Ha ottenuto centinaia di sindaci dimostrando di poter competere alla pari con Laburisti e Conservatori, i due partiti più grandi e importanti del paese e di poterli battere, grazie a un radicamento sul territorio inedito e a una migliore organizzazione interna.
Questa tornata elettorale era molto attesa perché è stata la prima da quando, la scorsa estate, i Laburisti avevano vinto le elezioni politiche: da allora “Reform” era salito al primo posto nelle intenzioni di voto nazionali, e giovedì ha confermato questi livelli di consenso.
L’elezione su cui c’era più attenzione, in realtà, non era locale, ma suppletiva per un seggio della Camera dei Comuni (la Camera Bassa del Parlamento britannico). Il seggio di Runcorn and Helsby, nel Nord-Ovest dell’Inghilterra, era vacante dopo le dimissioni del deputato dei Laburisti, condannato per aver colpito con un pugno una persona in strada. Il collegio era considerato uno dei più “sicuri” per i Laburisti, che lo controllavano da 52 anni.
Invece ha vinto la candidata di Reform, Sarah Pochin, con un margine di 6 voti su quasi 33mila, dopo un riconteggio. Reform ha preso anche il controllo della regione del Lincolnshire, ottenendo lì il 42% dei voti e relegando i conservatori al secondo posto col 26%, ma pure dove i laburisti tengono le posizioni vengono incalzati da Reform a un soffio di distanza.
Il tradizionale duopolio laburisti-conservatori è finito e quello che sta accadendo è paragonabile alla svolta di un secolo fa, negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali, quando i laburisti soppiantarono i liberali come alternativa ai conservatori. Ora il partito di Farage è diventato la vera opposizione al governo laburista e tutto il sistema si è frammentato, grazie anche ai buoni risultati di liberaldemocratici e Verdi.
Infine “effetto-Trump” in Italia. Oltre ai sondaggi che vedono la Meloni salire nei consensi, le buone notizie arrivano da Bolzano. Se le elezioni comunali in Trentino-Alto Adige si sono chiuse per quel che riguarda Trento, con la riconferma del sindaco di centrosinistra uscente, Franco Ianeselli; restano aperte a Bolzano, dove il candidato di centrodestra, Claudio Corrarati (col 36,3%), affronterà il rivale Juri Andriollo (col 27,3%), per provare a strappare il Comune al centrosinistra (il sindaco uscente è Renzo Caramaschi, indipendente).
Se a Trento il centrosinistra, guidato dal Pd, ha confermato di fatto i numeri delle elezioni amministrative precedenti, quelle del 2020, a Bolzano ha perso qualche centinaio di voti, con un calo del Pd. Chi ha fatto peggio di tutti però è la Lega, protagonista di una emorragia di preferenze, la maggior parte confluita in Fratelli d’Italia, vero vincitore di queste elezioni. Pressoché stabile Forza Italia. Quasi invisibile, invece, il Movimento 5 Stelle.
Che farà ora il centro-sinistra? Ricorrerà come in Romania alla magistratura o, in occasione del ballottaggio, varerà la solita alleanza “ipocondriaca e antifascista” “contro le destre”?
Se son rose s-fioriranno.



