Quorum. Il referendum anti-Meloni fa flop. Il Campo Largo arriva al 30% e vende una sconfitta

lunedì, 9 Giugno 2025
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30%. Lo spettro annunciato è arrivato puntuale. Niente quorum.

Adesso (sappiamo di chi stiamo parlando) si consoleranno con l’aglietto (leggere di seguito), ma il dato è incontrovertibile.

Nonostante la mobilitazione delle regioni “sinistre” e l’odio anti-Meloni, ha prevalso il “non voto” rispetto agli aventi diritto, in tutto il resto d’Italia. Un segnale ben preciso. Il primo sconfitto di questi referendum è senza dubbio il suo principale artefice, il sindacalista-giacobino che li ha fortemente voluti, cioè Landini. Il quale volendo continuare a cavalcare la sua rivolta sociale adesso ha compromesso pure la sua futura carriera politica (a sinistra).

Altri sconfitti, nell’ordine, la Schlein e Conte. Fanalino di coda Fratoianni e Bonelli, che a onore del vero, già si stavano sfilando dall’aureo codazzo, avendo fiutato l’aria che tirava.

Eppure, nei giorni scorsi, hanno insistito su vari slogan per scatenare i votanti: ovviamente figli del fascismo incarnato fisicamente e antropologicamente dal governo. Arrivando a ironizzare e demonizzare le posizioni diverse o semplicemente quelle più articolate. Ne sanno qualcosa sia Ignazio La Russa, sia la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, accostati in una sorta di compagnia della beata morte. Come esempio del male assoluto. E come se il diritto al non voto, fosse automaticamente sinonimo di dittatura, repressione e pensiero unico. Dimenticando che la stessa sinistra, in varie occasioni referendarie, ha proposto ugualmente l’astensione.

Del resto, la regola odierna è che i contenuti cambiano a seconda dei registi e delle convenienze di bottega.

A conti fatti, data la percentuale-flop del partito dei referendari (il 30%), una valutazione di fondo deve essere fatta.

A forza di ideologizzare questo strumento di democrazia diretta, si è finito per svuotarlo di significato e di valore. Adesso in quanti un domani raccoglieranno le firme per battaglie magari più importanti?

E ora cosa accadrà nel “campo largo”, ridiventato “campo stretto”?

La Schlein da un lato, dovrà subire l’ira e gli attacchi dei riformisti interni (è noto che i quesiti sul Jobs Act siamo stati percepiti come uno scontro interno tra due idee di Pd; dall’altro, (l’intuizione geniale è di Boccia) ha pronte varie versioni, comunicate già prima dell’apertura dei seggi (tanto per parare il colpo), e che saranno il mantra dei prossimi panel tv: sopra i 12 milioni e 300mila voti (ossia, il consenso che alle elezioni politiche, ha portato Giorgia Meloni al governo), è comunque un successo.

E ancora: sopra il 35% è un altro successo. Intorno al 25% è una sconfitta. Il risultato (30%) l’ha collocata, quindi, nel mezzo. Che dirà?

Inoltre, chi di narrazione colpisce, di narrazione perisce: il centro-destra può benissimo rovesciare la lettura: uno schieramento (Avs, Pd e grillini) che arriva appena al 30%, non riuscirà mai a governare. La Meloni può dormire sonni tranquilli. Per ora.

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