La crisi umanitaria e geopolitica in corso a Gaza, con il suo potere destabilizzante per l’intero Medio Oriente, dovrebbe spingere l’Italia a ripensare il proprio ruolo nella regione.
Non da semplice spettatrice o “alleato junior” dell’asse euroatlantico, ma da attore autonomo, consapevole dei propri interessi strategici e della propria eredità diplomatica. Un’eredità che affonda le radici nella Realpolitik di Enrico Mattei, nella linea di Aldo Moro, nella duttilità di Andreotti e nel coraggio di Craxi a Sigonella. L’attuale conflitto israelo-palestinese non è solo una crisi locale, ma un nodo geopolitico che riguarda i grandi equilibri globali: coinvolge l’Iran, la Turchia, l’asse sunnita, gli USA e la Russia. L’Italia, se vuole tutelare i propri interessi nel Mediterraneo allargato (dal Maghreb al Golfo Persico), deve disporre di una diplomazia autonoma, radicata e credibile presso tutti gli attori.
Non è vero che l’Italia non conti nulla. Il Paese ha accumulato nel corso dei decenni un capitale di fiducia bilaterale, oggi rarissimo tra le potenze occidentali:
• Enrico Mattei fu il primo leader europeo a parlare da pari con i Paesi arabi produttori di petrolio, rompendo il monopolio delle Sette Sorelle.
• Aldo Moro promosse un approccio equilibrato, dialogando sia con Israele che con l’OLP, cercando soluzioni multilaterali e non allineate.
• Giulio Andreotti mantenne relazioni stabili con tutti i regimi dell’area, dalla Siria all’Egitto, senza scivolare nell’ideologia.
• Bettino Craxi dimostrò, a Sigonella, che l’Italia può difendere la propria sovranità anche contro l’alleato americano, ricevendo stima nei mondi arabi.
In un mondo tornato multipolare, la politica estera “morotea” – né filoamericana, né neutralista, ma strutturalmente autonoma – è più attuale che mai. Essa implica:
• Riconoscimento di tutti gli attori come interlocutori, anche scomodi;
• Indipendenza strategica, in linea con gli interessi nazionali e la stabilità dell’area;
• Mediazione attiva, non solo dichiarazioni di principio.
Perché Meloni dovrebbe raccogliere tale eredità? Il governo Meloni, per quanto radicato in un blocco euroatlantico, ha più volte dimostrato una vocazione pragmatica nelle relazioni internazionali (vedi rapporti con Algeria, Tunisia, Egitto). Rilanciare oggi un’iniziativa di mediazione italiana tra Tel Aviv e Ramallah, magari anche sotto l’egida del Piano Mattei, sarebbe:
• Un atto di leadership a livello europeo, dove l’UE appare paralizzata;
• Un investimento diplomatico di lungo periodo nel Mediterraneo e in Africa;
• Un segnale di maturità politica: uscire dal ruolo ancillare per essere costruttori di equilibrio.
Quali strumenti attivare da subito?
• Creazione di un Forum Mediterraneo di sicurezza e sviluppo a guida italiana, coinvolgendo attori statali e della società civile.
• Rafforzamento della cooperazione con Paesi arabi moderati (Egitto, Giordania, Marocco).
• Una struttura permanente presso la Farnesina sul conflitto israelo-palestinese, per proporre road map, scambi, corridoi umanitari, e soluzioni federative.
Invece di allinearsi ciecamente ai diktat euroatlantici – spesso miopi o sbilanciati – l’Italia può e deve tornare a fare politica estera e forse con la nostra mediazione (anche con la presenza di forze militari come in Kosovo, atte a disarmare entrambi gli interlocutori). Gaza è il banco di prova, l’intera area va demilitarizzata e gestita nelle risorse da terzi per un primo momento. Va garantito un livello di benessere pari, solo in questo modo non ci saranno arruolamenti nelle frange estreme. Un percorso complesso e non semplice, l’alternativa? Discutere (anni) mentre una guerra ibrida è totale rischia d’allungarsi anni.
Ritrovare il coraggio strategico di Moro, Mattei, Andreotti e Craxi non è nostalgia, ma l’unica via realistica per contare davvero. Chi lo capisce oggi, sarà protagonista domani.



