Dopo il voto definitivo del Parlamento, la riforma sulla separazione delle carriere entra nella sua fase più delicata: quella referendaria. Ma questa volta, la maggioranza non intende limitarsi ad assistere passivamente. L’obiettivo di Giorgia Meloni e della coalizione di governo è chiaro: guidare la partita, dettare tempi e contenuti, costruire consenso. Il “Sì” non sarà soltanto uno slogan istituzionale, ma una vera e propria mobilitazione civile.
A fianco dei partiti, infatti, stanno nascendo i primi comitati spontanei, come Sì Separa, promosso dall’avvocato Gian Domenico Caiazza, che punta a dare voce a quella parte del mondo forense e accademico convinta che la riforma rappresenti un passo necessario verso una giustizia più equa. Il governo guarda con favore a queste iniziative, che potranno affiancare la struttura più politica della campagna, creando un fronte plurale a sostegno del Sì.
La strategia comunicativa punterà su un linguaggio positivo, concentrato sul merito della riforma e lontano dalle contrapposizioni frontali. “Non è un referendum sul governo, ma sulla giustizia”, ripetono a Palazzo Chigi, dove si lavora per evitare lo schema “esecutivo contro magistratura”. Il ministro Carlo Nordio, insieme al sottosegretario Alfredo Mantovano, sarà tra i volti più visibili del confronto, con il primo già pronto a misurarsi in dibattiti pubblici con rappresentanti dell’Anm.
Per radicare il messaggio, i partiti di maggioranza costituiranno comitati territoriali – dal livello regionale fino alle città – affiancando incontri con cittadini, testimonianze di “malagiustizia” e campagne sui media locali. L’obiettivo è umanizzare la riforma, renderla comprensibile e percepita come un atto di giustizia quotidiana.
La parola d’ordine è chiarezza: separare le carriere, spiegano i promotori, significa garantire imparzialità, efficienza e fiducia nel sistema. “Non è una battaglia politica, ma civile”, ripetono. E nel messaggio finale si riflette la convinzione che questa sia un’occasione storica: “non possiamo permetterci di aspettare ancora”. Ma soprattutto l’intenzione è evitare l’errore commesso da Matteo Renzi nel 2016: “Nessuna personalizzazione: non sarà un referendum su Giorgia Meloni. E qualunque sia il verdetto lo rispetteremo”.
Di Fabrizio De Feo



