“Senza consenso libero e attuale è reato di violenza sessuale”. Partiamo dal testo della proposta di legge approvata dalla Camera che porta la firma bipartisan della Varchi di Fdi e di Michela Di Biase del Pd, e che ha visto il coinvolgimento “superiore” anche delle due leader, per una volta d’accordo, Meloni e Schlein.
L’articolo centrale del Codice Penale (609-bis), che sarà integralmente riscritto, recita così: “Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni. Alla stessa pena soggiace chi costringe taluno a compiere o a subire atti sessuali con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità ovvero induce taluno a compiere o a subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica o di particolare vulnerabilità della persona offesa al momento del fatto o traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”.
Un cambiamento che sulla carta risulta ovvio e finalmente recepito dalla politica. Ma proprio perché ovvio, rischia di essere ideologico, astratto, inconcludente, grottesco e fonte di ingiustizie rovesciate (ai danni stavolta degli uomini, vittime sacrificali di fatto della nuova norma).
Speriamo che alcuni effetti specifici possano essere emendati in seguito.
Sì, perché tra l’impostazione astratta, ideologica e la realtà (dalla forma alla sostanza della vita), ce ne corre. E poi, chi scrive diffida sempre dagli unanimismi della politica. Sono manifesti di postura generale, tipo i tanti appelli generici, di principio, che nessuno contesta, ma inapplicabili.
Se a questo aggiungiamo la notizia del primo museo del patriarcato, dove si vedono i comportamenti sbagliati, caricaturali, macchiettistici, anacronistici degli uomini con la birra che dormono sul divano e le donne che puliscono per terra, il dato è tratto. L’approdo voluto è un modello di società che si vuole imporre (come se non ci fossero già attualmente le pari opportunità), su un altro modello, considerato arcaico, medioevale, superato. Ecco il vero “religioso” messaggio (una stanza del museo): i maschietti “obbligati” a giocare con i soldatini, le femminucce con le bambole. Della serie, mutiamo i ruoli, considerati ormai stereotipi di genere: la consueta guerra tra natura e ideologia.
Ma, torniamo al provvedimento in oggetto, che se da un lato, accontenterà sentimentalmente tutti; dall’altro, scontenterà tutti. Facciamoci qualche domanda tra l’ironia e la preoccupazione:
1) IL CONSENSO A META’. Come la mettiamo se nei preliminari c’è il consenso e durante il rapporto, non c’è più? Chi lo deve capire, se la natura, l’istinto, partono a razzo da ambedue le parti? E’ solo l’uomo sempre colpevole che deve intuirlo? E se non lo capisce è colpa della cultura maschilista, dove l’uomo deve fare l’uomo e la donna il dovere “coniugale”? Il rifiuto è solo femminile?
2) IL DISSENSO A POSTERIORI. Se per ipotesi è la donna ad essere rifiutata, o se il rapporto è giudicato da lei troppo veloce, insoddisfacente, che fa, si vendica dopo? E se accetta il rapporto in stato di sballo, alterazione (droga, alcol), il dramma attuale dei giovani, che fa, si pente a posteriori e si discolpa da un errore che lei stessa ha favorito? E come fa l’uomo a discolparsi, anche mesi dopo?
3) CONSENSO-DISSENSO LABILI. Il tema dei temi: quanti no diventano sì? Quanto gioco delle parti c’è stato nella storia del genere umano e c’è nel rapporto intimo, dai preliminari alla consumazione vera e propria? Qui le femministe e i laicisti hanno la risposta pronta: la donna subiva per modello culturale (la sposa, la moglie, la fidanzata, il giudizio pubblico), un alibi consolidato, salvo naturalmente i casi di reale violenza domestica da condannare e colpire duramente. Troppe donne muoiono di recente. Ma questo è un altro discorso.
I suddetti quesiti ironico-fattuali, non pensano di inficiare l’indirizzo giusto del legislatore, ma mirano unicamente a dimostrare che dalla teoria (l’indirizzo giusto) alla realtà, il passo è difficile, specialmente normando ciò che attiene al sentimento, all’istinto, al momento, alle mille variabili indipendenti dei rapporti privati.
Io diffido da ogni Stato etico che mi dice cosa fare e cosa non fare a letto. Se fossi un giovane oggi alla ricerca di esperienze o di incontri momentanei o duraturi (più auspicabile), avrei paura: come minimo, dovrei portarmi prima, dopo e durante un rapporto, un registratore, un video, o un testimone-terzo che certifichi la correttezza dell’amplesso.
E se, paradosso dei paradossi, devo firmare un contratto preliminare (privo di valore giuridico, ma spesso in uso), mi passa la voglia. L’intimità è una bellezza, se la rendiamo meccanica, robotica, premeditata, muore ogni poesia, muore ogni slancio.
La violenza, gli stupri, la mancanza di rispetto per l’altro, sono mali più profondi. Risalgono alla diffusa ignoranza culturale, alla mancanza di educazione civica, alla perdita di ruolo da parte delle agenzie di senso (famiglia, società, scuola, la chiesa), al consumismo che considera sentimenti e persone delle cose da conquistare, comprare e buttare quando non servono più. Al mito ideologico laicista che ogni desiderio deve diventare un diritto. Risalgono alla tossicità dei rapporti umani (l’egoismo imperante), ai social che polarizzano istinti e pulsioni personali. Da non sottovalutare inoltre, l’arrivo di culture straniere da parte degli immigrati, che ci riportano a dimensioni esistenziali nel rapporto uomo-donna che l’Occidente aveva superato.
E, infine risalgono alla mancanza di educazione affettiva, che non deve essere l’apripista del gender, ma la risultante di tutti questi elementi appena elencati.
Un impegno collettivo e istituzionale non da poco.



