Ormai è una regola obbligata e obbligatoria. La destra, quando vince alle elezioni e comincia a governare, è funestata, massacrata quotidianamente da una scientifica strategia mediatica che la sinistra politica, giornalistica, culturale e istituzionale mette in campo ossessivamente all’unico scopo di delegittimare l’avversario-nemico rendendogli la vita impossibile.
Una strategia che parte subito dopo fin dall’esito elettorale “sfavorevole”.
Qual è la reazione del mainstream di Palazzo? “Non ha vinto la destra”, ma “ha perso la sinistra”. Espressione questa, della nota “sindrome di Voltaire” che costituisce il Dna oggi di dem, grillini e soci.
Tradotto, “noi siamo religiosamente il bene, il giusto”, e gli altri sono “il male”. E siccome il bene non può uscire sconfitto dalle urne e il male non può trionfare, ecco che il consenso degli italiani va ridimensionato, marginalizzato.
Teorema: la destra non va trattata con pari dignità, non propone un’idea di società, di economia, di Stato, Europa, famiglia, valori incompatibili con la sinistra, ma è il passato, il Medioevo, la repressione dei diritti, della libertà, sinonimo di autoritarismo, di fascismo, di classe dirigente incompetente e impresentabile (è il vero razzismo da superiorità etica).
E su tutto come mantra, “la sua vittoria (alle politiche, alle europee) è un voto di protesta”. Pretesto per organizzare spesso adunate di piazza contro la democrazia (che ha consentito la vittoria dei nemici), nel nome della “vera democrazia”. Un po’ come Robespierre che ghigliottinava gli avversari nel nome di Liberté-Egalitè-Fraternité.
E quando la “via giudiziaria” non riesce ad affossare le nuove maggioranze, i governi non graditi, arriva puntuale la “via delle inchieste”. Studiate apposta per colpire, influenzare in negativo l’opinione pubblica e creare un dissenso crescente in grado di oscurare i risultati positivi che magari ci sono dell’esecutivo.
Fanpage è noto per lavorare come spina nel fianco della destra. Ma il tema non è la militanza più o meno dichiarata dei suoi giornalisti (come La7, Rai3 etc), questo è normale.
Il messaggio voluto e imposto appartiene semmai all’egemonia culturale, che non è il semplice riequilibrio delle poltrone della Rai (sarebbe semplice spoil system, presupposto di una moderna democrazia dell’alternanza), ma l’aver quasi vinto la battaglia delle parole, l’interpretazione ideologica della realtà, i parametri con cui si analizzano le cose, le domande che si fanno in studio, la composizione dei panel tv, le dichiarazioni dei politici etc.
Un lavoro fazioso iniziato da decenni da cui purtroppo sovente la destra non riesce a difendersi e contrattaccare con efficacia.
E ciò accade specialmente quando il processo che le viene orchestrato rientra nei dogmi assoluti del pensiero unico laicista, liberal, radical. Lo possiamo vedere su tanti argomenti: la storia, la vita, l’aborto, la famiglia, la patria, l’immigrazione, il green.
E pure a proposito dell’inchiesta a puntate di Fanpage la destra sta ribadendo la medesima “sindrome da legittimazione” e “di Stoccolma” verso gli schemi della sinistra (l’antifascismo usato come moneta sonante). Come vittima di un complesso di inferiorità culturale.E se la prima puntata ha riguardato i saluti gladiatori, romani e le canzoni degli anni Settanta, la seconda ha toccato un cosiddetto vulnus di Gioventù Nazionale, l’organizzazione di base di Fdi.
La denuncia coinvolge dirigenti e si concentra su frasi antisemite.
Di seguito un manuale per rispondere. Non a Fanpage, non alla sinistra, ma all’opinione pubblica.
1)Anche il papa, con la sua nota frase contestata, è stato vittima di uno scippo privato. Dobbiamo interrompere questo malcostume giornalistico e questa abitudine scorretta a violare la vita privata individuale e di gruppo, di cittadini più o meno importanti, nel nome di un’ortodossia moralista e pretestuosa. Tutti, nessuno escluso, parlano diversamente a seconda delle situazioni e condizioni oggettive. C’è una differenza non da poco tra sfoghi e postura pubblica. Se ci mettiamo a registrare le frasi private dei politici, dei magistrati, dei dirigenti d’azienda, dei giornalisti etc, non si salva nessuno.
2) Se il tema è il collegamento tra certi atteggiamenti e frasi giovanili, manifestati ripetiamo in privato, che scimmiottano simbologie passate, per dimostrare il tasso di fascismo ancora esistente nella base di Fdi e screditare la Meloni, il collegamento è sbagliato. Certi saluti, gladiatori che siano, si fanno solo in omaggio al riconoscimento di una appartenenza comunitaria e goliardica. Come fanno i soldati, gli sportivi, gli appartenenti a sodalizi associativi, universitari. Non c’è nessun legame ideologico. E’ solo mera estetica e relazione.
3) Naturalmente ciò, a proposito di antisemitismo, non esclude una riflessione e una vigilanza da parte del partito (Fdi), per accertare fatti e comportamenti non in linea con una destra moderna e conservatrice. I dirigenti di Gioventù nazionale, devono comprendere, anche a 20 anni, nel pieno dell’esuberanza e dell’integralismo politico, che hanno un ruolo, e una responsabilità rispetto al paese e alla scommessa che sta costruendo il governo. Non devono cadere nelle trappole e prepararsi (l’importanza delle scuole di partito, della formazione, ben oltre le sezioni e l’attività fisica). E reiterare schemi e simboli del passato, bandiere degli anni Settanta, è un non senso. Dovrebbero, al contrario, creare un senso e una narrazione attuale.
4) Infine, c’è una differenza abissale tra l’eventuale difformità comportamentale e comunicativa di qualche giovane, che se sbaglia, sbaglia in privato, durante una festa o un incontro al chiuso, e chi invece, incita in pubblico, presso sedi istituzionali a commettere reati come la Salis. E come sempre pubblicamente fanno i centri sociali, i movimenti estremisti, certi studenti, che in piazza mettono la Meloni a testa in giù, o che gridano “uccidere un fascista non è reato” o “il compagno Tito ce l’ha insegnato, ogni fascista preso va infoibato”, imitati, sempre pubblicamente da parlamentari che approfittando del pulpito istituzionale, evocano piazzale Loreto nei confronti del governo, solo per contestare una legge (l’autonomia differenziata) firmata tra l’altro dal capo dello Stato.



