Congresso-Lega. La monarchia di Salvini con la sindrome del Papeete. Guai per Tajani e Meloni

domenica, 6 Aprile 2025
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Gemonio, Pontida, Palazzo Chigi: sono i tre luoghi-simbolo che incarnano la storia e i vulnus di una Lega sempre più “di lotta e meno di governo”.
Gemonio, come noto, è la casa di un Bossi che, dopo aver lanciato strali nei confronti di Salvini, ora ha sancito con lui una pace effimera, visto che il Senatur rappresenta plasticamente e fisicamente il Dna nordista (secessionista, poi autonomista, infine federale), mentre invece, il congresso di Firenze del Carroccio ha confermato la mission nazionalista italiana (pur parlando di autonomia differenziata da non archiviare).
Una mission invisa ai governatori del Nord (Zaia, Fedriga e Fontana) che avevano annunciato battaglia (una fiducia a tempo nei confronti del segretario, dopo l’emorragia di voti post-europee a beneficio di Fdi), e che a sorpresa, durante l’assise si sono limitati a svolgere una funzione notarile, pensando forse alle prossime regionali (interessante però, la minaccia del capogruppo Romeo: “Le Regioni governate da Lega devono restare alla Lega”. Cartolina alla Meloni).
Pontida, dal canto suo, è ormai il sigillo mediatico di Salvini. Palazzo Chigi, al contrario, è ostaggio delle sue nuove-vecchie strategie “costruttive-distruttive-modello-Papeete”. Più chiaro di così.
Tradotto: strategie mirate a destrutturare la maggioranza, coprire lo spazio destro che la Meloni non copre più, condannata a un difficile equilibrismo tra sovranismo e conservatorismo, tra Bruxelles e Trump. E posizioni mirate a ricavare un ruolo “anti-emarginazione”, disegno quotidiano ordito dai due fastidiosi partner-competitor.
Salvini, infatti, a Firenze è stato furbescamente sibillino. Nei suoi interventi ha ribadito che “la Lega e il governo sono una cosa sola. Si mettano l’anima in pace Conte e Schlein. Noi siamo la garanzia che l’esecutivo avrà vita lunga ed è il collante del governo”.
Il tema è come. Certamente Tajani non è d’accordo. Non c’è un argomento che li unisca: l’economia, il fisco, la politica estera, lo ius scholae, la sicurezza, il riarmo Ue”. Solo per dirne qualcuno, sorvolando sulla irreversibile antipatia personale. Basti pensare ai voti, ai documenti, agli emendamenti e alle dichiarazioni pubbliche. Sembra di vivere un eterno scontro patologico “guelfi-ghibellini”, interno alla coalizione. Con la premier costretta a ingoiare tanti, troppi rospi e a fare i salti mortali per garantire la compattezza e il domani del governo.
E poi, i “pericolosi” interlocutori internazionali, dalla Le Pen a Musk, intervenuti al congresso fiorentino da par loro. La prima (esclusa per motivi giudiziari alle prossime competizioni elettorali in Francia), ha supportato la battaglia anti-magistratura che pure in Italia non risparmia morti e feriti: “La Magistratura scrive la parola fine a tutti i principi dello stato di diritto. Non cederemo mai e utilizzeremo tutti gli strumenti giuridici per poterci presentare alle prossime elezioni”, ha promesso la parlamentare di Parigi.
E Musk ha attaccato l’immigrazione affermando che sarà la miccia di un futuro terrorismo intestino agli Stati occidentali, dalle proporzioni bibliche. E sui dazi, ha aperto uno spiraglio per moderare la mobilitazione globale anti-Trump e la narrazione allarmistica inscenata dalla sinistra nostrana e internazionale: “La tempesta economica causata dai dazi americani finirà, c’è la necessità di un accordo commerciale tra Stati Uniti ed Europa. Ossia, avendo parlato col presidente Usa, una zona di libero scambio che favorirebbe le transazioni di beni e servizi fra le due sponde dell’Atlantico”.
Il che vuol dire una cosa: fine della Ue e avvio di solidi accordi bilaterali. Con un messaggio esplicito alla Meloni: “Schierati con noi, diventa la nostra interlocutrice privilegiata e ci guadagnerai”.
Infine le parole-chiave congressuali: “Nati per difendere e proteggere”, che fanno il paio con lo slogan scelto per l’assise: “Il coraggio della libertà”.
Una libertà dalla sinistra, dal pensiero unico laicista, dal gender, dall’immigrazione irregolare, dalla Ue e dalla sua guerra. Con un colpo di scure alla piazza pacifista di Conte: “Questo è un congresso contro ogni tipo di guerra e di conflitto, contro le guerre militari, contro le guerre commerciali, e noi vogliamo proporre un futuro diverso, che non significa sfilare in piazza con le idee confuse e le bandiere rosse sventolanti”.
Insomma, quella di Salvini è una monarchia con tanto di nuovo Statuto (Albertino) approvato: rimarrà in carica per quattro anni e non più tre come è accaduto finora. Stessa estensione temporale è stata garantita ai vice e ad una sezione dell’organo esecutivo. E introdotta pure la “norma-Vannacci”: previsto l’azzeramento dell’anzianità di militanza, precedentemente richiesta ai 22 componenti del Consiglio federale e di almeno 5 anni. Per le altre cariche elettive a livello federale, servono almeno 3 anni. Spazio quindi anche ai leghisti del Sud, con tessere più recenti.
Primo assalto alla Bastiglia? Il ministero degli Interni. Concordi i due ventriloqui di Salvini (Romeo e Molinari): “Matteo torni al Viminale”. Che ne pensano Piantedosi, Tajani e la Meloni?

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