Ormai ogni tema in calendario rischia di diventare un “confronto-scontro”.
Con “alti” (le liti tra leader “molto” mediatiche, concepite unicamente per mero posizionamento politico), e “bassi” (repentine e “molto” ipocrite rappacificazioni).
Il centro-destra, appena archiviata la “vittoria morale” referendaria che, nonostante la ridicola narrazione della sinistra, propalata urbi et orbi (e da noi puntualmente anticipata), sta creando parecchi danni al trio “Landini-Schlein-Conte”, si sta misurando in casa su alcuni nuovi temi da trattare. Che hanno ciclicamente il merito di far emergere antiche divisioni (che ovviamente, i diretti interessati chiamano “sensibilità”). Come se non bastasse la voragine su Europa e riarmo.
TASSE. Giorgia Meloni, a sorpresa, dopo aver ironizzato sul flop personale della segretaria dem (costretta a convocare in fretta e furia una direzione per arginare i maldipancia interni), si è presentata agli Stati generali dei commercialisti, dove era attesa solo da remoto, annunciando nuovi provvedimenti sul ceto medio. Obiettivo, “tagliare le tasse in modo equo, rimettendo in pista l’idea di ridurre l’aliquota dal 35% al 33% per i redditi fino a 60mila euro, costo fino a 4 miliardi”. Un’iniziativa, ha detto, “in favore dei professionisti, degli autonomi, considerati dalla sinistra, da sempre, una categoria di serie b, se non di evasori seriali”. Scontato l’appoggio di Forza Italia che la considera una sua battaglia identitaria, e altrettanto scontato il “freno contabile” del ministro Giorgetti: “Ci sono ancora due anni, andiamoci piano”. Un “2” (Fdi e Fi) a “1” (Lega), con un tentativo pacificatore di Salvini: “La vera emergenza è la pace fiscale ossia, la rottamazione delle cartelle in 10 anni”.
TERZO MANDATO. Come noto, Fdi ha aperto alla possibilità di valutare l’opportunità del terzo mandato, normalizzando la “polveriera leghista”, i governatori del Nord che promettevano una violenta guerra “esterna”, nella coalizione, e “interna” contro lo stesso Capitano. Ma qui, è stato Tajani a raffreddare i bollenti spiriti: “Un capitolo chiuso, sul terzo mandato restiamo contrari, non cambiamo posizione”. Tanto per capirsi: gli azzurri sperano in due cose (a svantaggio della Lega): in un sorpasso alle prossime elezioni, e in un conseguente rimescolamento dei rapporti di forza e degli equilibri della maggioranza. Un diverso “2” (Fdi e Lega) a “1” (Fi).
IUS SCHOLAE. Dopo l’esito del referendum, sommando l’astensionismo e il 35% di no espressi sulla cittadinanza breve (addirittura il 20% degli elettori del Pd ha contraddetto le scelte ideologiche della Schlein), non si capisce perché Fi continui a sostenere lo ius scholae, una sorta di via di mezzo tra lo “ius sanguinis” e lo “ius soli”, offrendo, al posto di affondare la lama, invece una comoda sponda al Pd, ai 5Stelle, a Calenda, Renzi e +Europa. Ma del resto, dopo le uscite dei suoi giovani (il comizio laicista di Leoni), “lo spazio da occupare tra la Meloni e il Pd”, auspicato dal Tajani, sembra paurosamente prendere forma. Uno spazio, inoltre, incoerente rispetto al programma votato dagli italiani che ha mandato la Meloni a Palazzo Chigi.
Ma il vice-ministro azzurro non sembra demordere, mollare l’osso: “Sui diritti non ci fermiamo, non devo chiedere il permesso a nessuno”. Mentre Salvini ha ribadito la sua posizione: “Il segnale degli italiani è stato chiaro. La cittadinanza non deve essere un regalo. Semmai dobbiamo intervenire sulla sicurezza degli italiani”. E ancora: un “2” (Fdi e Lega) a “1” (Fi).
FINE VITA. Qui, sembra che le “sensibilità” siano più omogenee. Indubbiamente “l’effetto Leone XIV” si è fatto sentire. L’incontro con Parolin del capo dello Stato Mattarella ha aperto le finestre istituzionali. E il prossimo Cdm varerà un provvedimento ad hoc: non sarà più un giudice (si legga Stato etico) a decidere sulla vita e sulla morte di un malato terminale, ma un comitato etico nazionale (non regionale, come sembrava, anche per evitare il duello Regioni-sinistre, Regioni-destre), con una priorità indiscutibile: privilegiare le cure palliative.
E se su terzo mandato, ius scholae, tasse, le squadre si differenziano apertamente, sul fine vita, la comunicazione pur concorde e unitaria è tra moderati e radicali dentro la medesima colazione. Cioè, tra la “cordata cattolica conservatrice” (Mantovano, Roccella) e la cordata più laica (Salvini, la Rauti, Nordio, Lupi, Tajani). Qui, abbiamo un pareggio “collettivo”, alias unità.
Tanto fioco sotto le polveri, con la Meloni, come al solito, a fare da arbitro “decisionista”. Sapendo che le eccessive differenze in campagna elettorale fanno fare cassa alle urne, ma al governo fanno saltare il banco.



