Cominciamo dai numeri, mettendo insieme quelli relativi allo sciopero di venerdì scorso, indetto da Cgil e Usb, quelli delle manifestazioni nazionali “Pro-Pal” e “Pro-Flotilla” di sabato e quelli concernenti le due ultime competizioni elettorali regionali, che si sono tenute nelle Marche e in Calabria.
Dati molto interessanti per comprendere meglio la situazione politica in progress, il termometro attuale della società e le difficoltà oggettive delle istituzioni democratiche parlamentari a rappresentare il nuovo o accogliere le richieste dal basso.
In piazza sabato scorso, collegando tutte le manifestazioni simili, abbiamo avuto circa 2milioni di persone. Lo sciopero è andato “così-così”: un’adesione complessiva del 27.3%, con punte deprimenti riguardanti, ad esempio, il personale scolastico (solo il 7% per cento), e quello sanitario, appena l’1%. Meglio i dipendenti pubblici dei ministeri (il 17%) e il personale dei trasporti, in primis l’Atac (il 26%).
Spostandoci alle regioni interessate al voto, in Calabria ha vinto il partito dell’astensione: ha votato solo il 43,23%. Nelle Marche, l’affluenza è scesa dal 59% al 50,01%.
Ciò significa che le vittorie dei rispettivi candidati governatori sono una vittoria zoppa.
Occhiuto in realtà, ha intercettato solo il 29% dei consensi (i voti espressi), altro che 58% della popolazione (e Trittico il 20%, altro che il 41%).
Stesso discorso per le Marche. La coalizione di Acquaroli ha ottenuto in verità appena il 26% (altro che 52%) e Ricci il 22% (altro che il 44%).
Numeri che si commentano da soli. Ma al sistema, sappiamo, va bene così. La colpa è di chi resta a casa o va al mare. Tanto se non ti occupi di politica, la politica si occupa di te.
Restando seri, le domande e le prime riflessioni arrivano di conseguenza. Indubbiamente alle urne non c’è stato “l’effetto-Gaza”. In una parola, la sinistra non è riuscita a monetizzarlo. Ricci ha sbagliato a sbandierarlo specialmente negli ultimi giorni di campagna elettorale. E Trittico ha perso proprio a poche ore dalle manifestazioni, dallo sciopero e dall’abbordaggio della marina israeliana (temi su cui sia la Schlein, sia Conte hanno ossessivamente puntato).
Cosa vuol dire? Gli effetti hanno cause precise: la destra ha impostato la sua comunicazione dividendo il campo in due: da un lato, il mantra della democrazia diretta, della sovranità popolare contro i poteri forti, le lobby, poi ovviamente, la continuità, il buon governo, la stabilità delle Regioni e nel caso di Occhiuto, la storica battaglia forzista contro la magistratura politicizzata (posture sostanzialmente conservatrici, legittime e naturali per i candidati uscenti); la sinistra, invece, ha volato troppo alto, basandosi sull’ideologismo, l’indignazione come mastice (modello Anni-70), limitando molto gli argomenti di critica che l’avrebbero forse favorita (sanità, stipendi, carrello della spesa etc), ribadendo unicamente lo schema “destra-malgoverno – sinistra-cambiamento e speranza”.
Gli scioperi di venerdì e le manifestazioni di sabato, dal canto loro, hanno ulteriormente impressionato e polarizzato l’opinione pubblica.
Facendo una foto, da una parte, gli italiani che vogliono lavorare, che preferiscono la normalità, a rischio conformismo e indifferenza; dall’altra, frange cospicue di cittadini e di giovani che conservano ancora una coscienza civile, che si fanno partecipi dei problemi dell’umanità e delle ingiustizie.
Una radicalizzazione alimentata e utilizzata, tra l’altro con efficacia dal Palazzo, per scopi meramente politici: la destra ha concentrato la vis polemica e la sua strategia mediatica sulle violenze di piazza e su striscioni vergognosi da anni di piombo; la sinistra si è buttata sulla società civile che autonomamente e spontaneamente avrebbe ripreso finalmente l’iniziativa, rispondendo a istituzioni ritenute ingessate, immobili, se non complici, dei massacri a Gaza e dell’illegalità del governo Netanyahu.
Ma se poi il risultato elettorale ha premiato la destra, cosa vuol dire? Che la Meloni non ha perso la luna di miele con l’Italia (cosa assolutamente inconsueta dopo anni di governo), e che il “Campo largo” della sinistra è un’operazione virtuale?
Vuol dire che la gente scesa in piazza è minoranza, destinata all’impotenza e alla marginalità? E’ il frutto dei social? Che ormai prevalgono la rassegnazione, la passività e il nichilismo civico? E questo al netto dei contenuti delle mobilitazioni.
Una risposta forse ce la danno proprio i numeri del non-voto.
Evidentemente la metà degli italiani non si sente rappresentata dalle istituzioni, da questa destra e da questa sinistra, da un’offerta politica scadente, da un ceto politico mediocre, sloganistico, spesso ignorante, senza visione alta, senza cultura di governo.
Un vulnus trasversale. Aggravato dal populismo mediatico e dal fatto che stiamo assistendo a un passaggio epocale tra un vecchio e un nuovo ordine mondiale, destinato a sconvolgere tutte le certezze e le regole della democrazia classica, lasciando il posto alla legge del più forte e agli “imperi”.
Prima ce ne accorgiamo e meglio è.



