7 gennaio. Conte, Renzi, Verdini, Salvini, Letta, Zingaretti, Mattarella: occhio a chi non parla

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Per capire chi in questi giorni, conduce veramente i giochi, pensa le strategie, basta osservare, monitorare chi non parla, chi è in silenzio. Un silenzio assordante, una forza sottotraccia, ma attiva, creativa, esattamente il contrario del mutismo e dell’immobilismo.

Invece, chi in queste concitate ore, di nervosismo, opacità e preoccupazione per i destini dell’Italia e del governo, parla troppo, comunica istericamente, invade giornali, tv e social, dimostra solo debolezza. Sta perdendo terreno e cerca di recuperarlo, lanciando messaggi in codice o palesi.
Matteo Renzi straparla. E’ ovvio. Il 7 gennaio si gioca tutto, credibilità e futuro. Deve ottenere obbligatoriamente qualche cosa e far finta di vincere. Se conquista nuove poltrone (vice-premier), o partecipa al banchetto del Recovery, dei 007, della Tav, o contribuisce a riscrivere qualche riforma, in primis, quella della giustizia, il mondo dirà che ha agito per interesse e per riacquistare quella visibilità fondamentale per Italia Viva, relegata da un anno, a un mediocre 3% dei consensi: altro che stella polare di un nuovo centrismo liberal-democratico.
Se l’ex sindaco di Firenze sfascia il governo si assume la responsabilità di dover votare un esecutivo del presidente, modello-Monti, o con la Cartabia, o addirittura, fare da sponda “complice” a un possibile cambio parlamentare di maggioranza, ad uso e consumo di Salvini. O pagherà pegno per aver trascinato il paese al voto in tempo di pandemia. Ridicolo sarebbe far uscire i suoi ministri (Bonetti e Bellanova), per restare con un pugno di mosche in mano, limitandosi a dire che ha visto in Conte qualche apertura (mediatica), un nuovo dialogo o un nuovo patto di legislatura.

Salvini è un altro che parla molto. In ascesa con immigrazione, sicurezza, ed euroscetticismo, e in picchiata col Covid19, da un paio di mesi si sta collocando in modo alternativo: tentando di intercettare un centro moderato, che al suo attuale centro-destra, a trazione sovranista, sfugge. Consapevole che ormai, dopo Trump, il mondo si sta avviando verso un “post-sovranismo”, ha pensato bene di non farsi scippare il ruolo centrale da Berlusconi, e continuare a farsi vampirizzare i voti identitari dalla Meloni. E in questa fase, inonda l’etere di dichiarazioni contro il governo, ma nel nome di una costruttività elogiata pure dal Quirinale (i “costruttori di futuro”, sono stati il fulcro della comunicazione di Mattarella, l’ultimo dell’anno): idee leghiste sul Recovery, idee sul fisco, sulla manovra economica, su lavoro etc. Una linea coerente con un nuovo governo indolore, parlamentare, senza andare al voto. Nella prospettiva costituente di una Lega popolare, in cammino verso il Ppe (si pensi al protocollo firmato da Giorgetti con la Csu bavarese).
Perché il Capitano straparla? Perché rischia di far arrabbiare i leghisti duri e puri (dall’esperienza gialloverde ha già perso 10 punti percentuali), e rischia di non essere capito dall’elettorato centrista.
Giorgetti, infatti, è uno che sta in silenzio: vuol dire che in queste ore conta eccome.

Esattamente come non parlano i vari Gianni Letta, artefice del filo tra Berlusconi (che si limita a inviare lettere ai giornali) e Palazzo Chigi, facendo continui ponti per salvare l’Italia; e quel Verdini, amico di Renzi e familiare di Salvini, che lancia messaggi dal carcere e riceve visite interessanti.

C’è aria, infatti, di un Nazareno3.0. Almeno le diplomazie sono al lavoro per gestire il dopo-Conte. Ci sono i soldi del Recovery, gli effetti della manovra, i conti da far quadrare, il voto amministrativo a maggio, il semestre bianco, la riduzione del numero dei parlamentari: tutti ostacoli al voto subito.
Un altro “silente pesante” è Zingaretti. Stanco di Conte, agisce dietro le quinte e manda avanti Renzi. Emblematico l’applauso in Aula dei parlamentari dem al discorso di rottura del loro ex capo Matteo (pensiamo anche alle critiche di Zanda). Nella partita che si apre il governatore del Lazio, ha parecchie carte in mano: diventare vice-premier di un Conte-ter o neo-dominus in un nuovo governo giallorosso senza “l’avvocato del popolo” (con Gualtieri o Franceschini premier).

Per finire, il silenzio numero uno: quello di Mattarella. Fino a qualche tempo fa il teorema “senza maggioranza in Aula, si torna al voto”, è servito a supportare Conte, per la logica della paura (di Salvini, o di molti grillini di non essere rieletti); adesso questo teorema funziona al contrario: sembra un’accelerazione a cambiare cavallo in corsa. Se Conte il 7 gennaio va sotto, il Quirinale è pronto. In fondo, un Draghi, una Cartabia o un simil-Monti, offrono le stesse garanzie, che stanno a cuore al capo dello Stato (Recovery, Bruxelles etc). E poi, anche Salvini si è ammorbidito, è cambiato. Prove tecniche di quarta Repubblica.

 

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