Nella polemica arrivata ormai a punti estremi (di non ritorno?), a cui però i due ci hanno già abituato in passato (con improvvise riconciliazioni a mezzo stampa), la cosa che possiamo dire è che hanno ragione e torto entrambi.
Sicuramente anche questa volta incide pesantemente l’avvicinarsi della campagna elettorale, che spinge e spingerà sempre più, i partiti a posizionarsi o a riposizionarsi, per non perdere o per riconquistare il consenso.
Se pensiamo poi, che forse si andrà o si tornerà, al sistema elettorale proporzionale, l’ossessione di presentarsi, comunicare, in modo radicale e massimalista (precetto obbligato per avere i voti), la farà da padrona.
Un incubo che condizionerà ogni leadership e renderà isterico il clima politico nazionale.
Dietro le parole usate nello scontro mediatico e non solo nato dal post-Quirinale, Salvini e la Meloni, stanno giocando la partita dell’egemonia nello schieramento di centro-destra. Partita che ne sottintende un’altra, di fondo: in un sistema parlamentare, come si può cambiare la società, secondo una visione originale, identitaria, pur dovendo mediare tra forze diverse?
Quello che nella prima Repubblica veniva chiamata sintesi e che oggi viene chiamato inciucio o minestrone indigeribile.
Riprendiamo un assunto: la governabilità coerente nasce dalla omogeneità culturale e se manca questa, nessun governo di destra o sinistra potrà mai governare concretamente.
Sia a destra che a sinistra, infatti, convivono le più disparate anime (oltre agli egotismi dei capi): statalisti, liberisti, sociali, liberali, euroscettici, filo-Ue, cattolici, laici e tanto per restare in tema, sì vax, free-vax, no-vax etc.
Fdi e Lega si stanno confrontando e scontrando proprio sul concetto di strategia più giusta ed efficace da adottare.
Salvini ritiene che il dire solo no, alla lunga non paghi e che stando in un esecutivo, pure se di salvezza nazionale, di tregua, con una maggioranza trasversale, sia comunque utile per portare a casa battaglie importanti. Ma come si concilia l’assoluto del pensiero col reale possibile? In due modi: con la cinica e furba liquidità dei grillini, che hanno smentito tutte le ragioni che li hanno portati a conquistare la maggioranza relativa nelle ultime politiche; oppure con il partito di lotta e di governo, un colpo al cerchio e uno alla botte, che Salvini sta adottando, con relativa emorragia di voti, sperando che i fatti prima o poi gli diano ragione.
La Meloni, dal canto suo, ritiene che sia intollerabile stare in una maggioranza col Pd e grillini: per lei bisogna essere coerenti, almeno sui valori non negoziabili. E imputa a Salvini il cedimento su temi centrali, come l’immigrazione, il no green-pass, l’obbligo vaccinale, la riforma del catasto e da ultimo, le concessioni balneari. Non a caso il Capitano si sta aggrappando all’unica battaglia popolare che gli resta, il caro-bollette, visto che pure l’arma dei referendum sulla giustizia appare spuntata (sono spariti gli argomenti-traino come la droga, l’eutanasia e la responsabilità civile del magistrato).
Quindi, da un lato, la coerenza, “nel nome dell’Italia”, dall’altro il compromesso “nel nome dell’Italia”.
Scelte con un vulnus irrisolvibile. Fdi rischia la mistica del ghetto, l’“effetto Le Pen”, milioni di italiani dentro un congelatore, una bolla mediatica, impolitica, un mondo parallelo ma gratificante sul piano ideologico (mito incapacitante della destra anche in passato), che serve solo a potenziare il partito in termini di seggi e parlamentari. L’invito della Meloni a ripartire da zero, rifondando lo schieramento con la società civile e i cattolici, sembra più un’operazione giornalistica che strutturale. Un’opposizione seria e vera, capace di riconquistare quel 50% di italiani che non votano, perché demotivati o perché coscienti dell’inutilità del loro consenso (visto che la politica è commissariata dai tecnici), andrebbe fatta intercettando seriamente l’area no-vax, no-gren pass, il no-caro bollette, i delusi della destra, del grillismo, i lavoratori che non si sentono rappresentati dai sindacati, i cattolici che contestano gli attuali orientamenti della Cei etc.
La Lega rischia poi, la fine dei grillini, almeno nell’esperienza del partito sovranista (riprendendo forse l’antico Dna nordista), a meno che non si ristrutturi diventando una sorta di nuova Dc, moderata, liberale, cattolica, sociale, rubando lo spazio a Fi e a Renzi.
Un mutamento genetico per il quale Salvini è poco credibile. Meglio Giorgetti.



