Il dilemma del governo Meloni: morire (di freddo) per Kiev?

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In questi ultimi giorni Giorgia Meloni ha confessato di non dormire la notte al pensiero dell’enormità di problemi che dovrà (presumibilmente) affrontare dopo che avrà (presumibilmente) assunto la carica di presidente del Consiglio. Roba da «far tremare le vene dei polsi», ha detto.

«Hai voluto la bicicletta? Ora pedala!»: è un adagio popolare sempre adatto per queste situazioni. Rimane però il fatto che sulla Meloni si sta (presumibilmente) per abbattere un tremendo paradosso storico. E cioè l’incredibile circostanza che il colmo della gloria (la prima volta di un leader di destra premier, la prima volta di una donna premier in Italia) venga a coincidere con il colmo della sfiga: andare al governo nel momento più difficile per il nostro Paese negli ultimi 15-20 anni, con il caro energia che devasta aziende e famiglie. Non è da invidiare il governo che si troverà a gestire una situazione simile.

E allora l’insonnia della Meloni può essere più che giustificata, al netto del fatto che , sulla famosa bicicletta del proverbio, la leader di FdI non è ancora salita. Ma presto ci salirà. E c’è anche chi prevede che il partito di Giorgia faccia il “botto” , nel senso che, dopo aver contato le schede, la percentuale di Fratelli d’Italia risulti addirittura  superiore a quella, già rilevante, che gli accreditano i sondaggi. Si chiama “effetto del vincitore” e potrebbe scatenarsi negli ultimi giorni prima del voto, con la maggior parte degli indecisi che, all’ultimo, potrebbero uscire dall’indecisione orientandosi verso il partito favorito nei sondaggi. È  già successo con Lega e M5S. Il 25 settembre potrebbe succedere con FdI.

Ma anche questo è un fattore in definitiva ansiogeno per la Meloni: più si sale nelle attese, più cocente sarebbe la delusione dell’opinione pubblica nel caso di difficoltà insormontabili durante la navigazione del governo.

E l’angoscia della Meloni è un po’quella di tutti gli italiani: ritrovarsi al buio e al freddo nelle settimane più rigide del prossimo inverno, con l’energia razionata, i black out elettrici e le bollette stratosferiche. In quel caso l’aver conquistato Palazzo Chigi si rivelerebbe una trappola mortale per la destra.

L’orientamento Ue di porre un tetto al prezzo del gas non è, di per sé, garanzia di inverno al caldo e di portafogli meno sgonfi. C’è il rischio che Gazprom continui a tenere chiusi i gasdotti verso l’Europa occidentale. Le riserve italiane sono arrivate a oltre 80%  alla fine di agosto e arriverebbero al 90 a ottobre. Ma ciò potrebbe non bastare a scongiurare l’ipotesi dei razionamenti energetici. L’Italia non è ancora fuori dalla dipendenza dal gas russo. E c’è la questione rigassificatori, che è sempre a rischio intoppi. Gli “esperti” sperano in un inverno mite. Ma, in questi casi, ridursi a sperare nel caldo mette davvero i… brividi.

Tutto questo la Meloni lo sa. Il problema è che lo sanno anche i suoi avversari. E soprattutto i suoi “alleati-serpenti”, a partire da Salvini.

A Cernobbio, durante il Forum Ambrosetti, Giorgia e Matteo non hanno parlato la stessa lingua. Salvini si è infatti chiesto, a dispetto della Meloni, se abbia senso insistere nella politica atlantista di intransigenza nelle sanzioni alla Russia. «Vincere le elezioni ereditando un Paese in ginocchio non sarebbe una grande soddisfazione», ha affermato il leader della Lega. Che poi ha aggiunto: «Da futura forza di governo, mi domando se quello che stiamo facendo serva a danneggiare chi vogliamo danneggiare».

Davanti al gotha dell’economia e della finanza, la Meloni ha invece ribadito la linea atlantista senza se e senza ma: «Se l’Italia si sfila dai suoi alleati, per l’Ucraina non cambia niente, per noi sì». Secondo la leader di FdI è una questione di «credibilità» del nostro Paese. Il giorno prima, FdI aveva fatto sapere  che l’Italia, nella linea delle sanzioni, non può essere il «ventre molle dell’Occidente».

Viene però spontaneo chiedersi: le milioni di famiglie italiane a rischio di povertà energetica possono  consolarsi al pensiero che l’Italia è diventata un baluardo atlantico? Chiamatela pure “domanda retorica”, se volete.

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