Governo. Dopo La Russa, Cingolani. E’ il pragmatismo identitario della Meloni

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L’avevamo detto e scritto. Al di là delle angosce ideologiche e dei pregiudizi aprioristici della sinistra (si vedano i tanti, troppi processi alle intenzioni che si moltiplicano sui social e in tv), il governo Meloni alternerà, sorprendendo tutti, identitarismo e pragmatismo.

Da un lato, comincerà, come sta già facendo, un’azione di controffensiva culturale, mirata a combattere il politicamente corretto. Prova ne sono il cambio dei nomi ministeriali, la veicolazione di parole-chiave che smentiscono decenni di pensiero unico liberal e radical (il presidente e non la presidente, sovranità alimentare, made in Italy, nazione, merito, famiglia, natalità etc); e non da ultimo, la scelta di uomini ritenuti divisivi e fortemente schierati: La Russa, Fontana, la Roccella, Mantovano, Valditara e via cantando.
Dall’altro, un’attenta regia di continuismo istituzionale con Draghi, con cui la nuova premier ha stabilito un civile e fecondo rapporto, che va ben oltre la correttezza di un passaggio di consegne dovuto. Molto più quindi, di una semplice campanella.

Del resto, il feeling tra l’uomo dei poteri forti internazionali, delle banche, il simbolo delle privatizzazioni, della finanza e della sovranità gradita a Bruxelles, e la ragazza della Garbatella, la donna-leader della destra, che ha messo a bada e a cuccia, generazioni di dirigenti e attivisti maschi, non è partito da ieri. Già al tempo della formazione dell’esecutivo dei migliori, Draghi fu colpito, come raccontano i più informati (Francesco Verderami), dalla schiettezza profetica di Giorgia: “Noi di Fdi faremo l’opposizione, ma sappia che i veri avversari li avrà in casa. Se posso, non stia a mediare, appena lei concederà qualcosa, quelli ne pretenderanno delle altre”. Un dialogo in crescendo basato sulla stima.

Massimo Franco, sulle colonne del Corriere della sera, non a caso, elogia la continuità tra il primo governo sovranista “draghiano” e l’ex governo di Super Mario. E non solo per garantire una transizione ordinata, ma pure per completare al meglio percorsi iniziati che non possono essere fermati, venire interrotti.
A questo punto ci si chiede se il Pnrr che la Meloni voleva correggere in corso d’opera, sarà perseguito o no. O se la scissione tra il costo del gas e dell’energia elettrica (per il caro-bollette), altra promessa elettorale, resterà lettera morta.

La scelta, ad esempio, di confermare Roberto Cingolani, anche se nella veste di consigliere-consulente-advisor di Palazzo Chigi, e il fare quadrato sulla figura di Giancarlo Giorgetti, come ministro dell’Economia, il più draghiano del gruppo, in quale direzione vanno?

Si tratta di decisioni solo in linea con una necessaria fase indolore, per non buttare il lavoro fatto finora, ingraziarsi Bruxelles, i mercati, per superare l’inverno, affrontare con respiro ampio le emergenze economiche ed energetiche, o qualcosa di più profondo, destinato a sorprendere le opposte tifoserie e sconvolgere gli schemi della politica classica?
Saranno i prossimi mesi a dircelo. Certo, la destra che uscirà bene o malconcia da questa prima esperienza di governo al femminile, magari non sarà la destra che piace alla sinistra, ma sicuramente sarà una destra diversa rispetto al passato.

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