Conte fa il laicista contro “Dio-patria e famiglia”. Ma non era cattolico?

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Ieri ascoltando gli interventi dell’opposizione si capiva perfettamente come la rabbia fosse il comun denominatore che univa un fronte lacerato e senza alcuna concreta prospettiva di unità. Dal Pd e dal Movimento 5Stelle sono arrivate parole ispirate unicamente da pregiudizio, verso un premier e un governo che già si vorrebbe archiviato e dal quale non ci si aspettano altro che errori e disastri.

Un tempo si sarebbero aspettati almeno i primi cento giorni, adesso no, già il discorso della Meloni nell’aula di Montecitorio è stato giudicato devastante, come se fossero sufficienti le parole e le buone intenzioni per bocciare preventivamente e senza appello l’azione dell’esecutivo.

Ma l’intervento che forse merita maggiore attenzione è quello del leader 5Stelle Giuseppe Conte che, impostato tutto sulla critica preventiva e per certi versi preconcetta nei confronti del governo Meloni, ha lanciato in realtà messaggi in più direzioni.

E’ apparso evidente come, di fronte ad un governo che si mostra fortemente identitario e che ha voluto dimostrarlo già con il linguaggio, il leader pentastellato abbia deciso di issare la bandiera del laicismo reinventandosi novello Pannella. E così, se Meloni ha voluto che ci fosse un ministero della Natalità, ecco che Conte si è fatto carico immediatamente degli allarmismi dell’universo laicista, femminista ed Lgbt proclamando il M5S baluardo della legge 194 e dei diritti civili. Legittimo per carità, ma ciò che lascia perplessi è il modo scelto e soprattutto il linguaggio alternativo a quello della destra.

“Nessuno presidente Meloni le ha dato un mandato per una restaurazione identitaria della nostra società sui diritti civili, con il tentativo evidente di imporre un modello di segno reazionario basato sulla triade Dio, patria e famiglia”. Tre parole che evidentemente fanno schifo al capo dei 5Stelle che ha anche accusato Meloni di non essere convincente quando parla della volontà di non ledere il diritto all’aborto.

Un discorso che avrebbe fatto sicuramente invidia al Pannella vecchia maniera, che sarà piaciuto molto ad Emma Bonino, ma che sorprende chi conosce la provenienza del professor onorevole Giuseppe Conte: che nel suo curriculum può vantare una solida amicizia con il compianto cardinale Achille Silvestrini che fu suo apprezzato maestro, oltre che una devozione speciale sbandierata ai quattro venti per Padre Pio da Pietrelcina. Un porporato Silvestrini di tendenze ultra moderniste, appartenente a quella cerchia di cardinali progressisti sospettati di aderenze massoniche facenti parte del “gruppo di San Gallo”, che evidentemente ha lasciato l’impronta modernista anche nel suo ex allievo del Collegio di Villa Nazareth. Un’impronta talmente profonda da averlo portato a disprezzare termini come Dio, patria e famiglia, che prima che identitari dovrebbero essere valori cattolici. Ma per certa sinistra liberal il termine cattolico è ormai diventato sinonimo di reazionario (se ne è avuta prova con i commenti che hanno accompagnato l’elezione di Lorenzo Fontana a presidente della Camera), oscurantista, fascista, omofobo, medievalista.

E alla triade Dio-patria-famiglia lo stesso Conte devoto a Padre Pio, come si è spesso vantato di essere, preferisce anteporre il dogma laicista dell’ individualismo, inteso come diritto dell’individuo di poter decidere liberamente come vivere e cosa essere, attraverso un presunto diritto all’autodeterminazione. Niente male per uno che cita continuamente papa Francesco per giustificare la sua posizione contro l’invio delle armi a Kiev e per supportare un’ideologia pacifista ad intermittenza, pronta a lasciare quando serve il campo alla riscoperta dell’atlantismo (quando torna utile per criticare ad esempio la nomina di Tajani alla Farnesina).

Ma se papa Francesco è un modello quando dichiara che va fermato il mercato delle armi e che in Ucraina serve l’azione diplomatica, perché poi si definisce reazionario chi, seguendo il pontefice, difende la vita umana e dice no all’aborto, o meglio “a pagare un sicario per risolvere un problema” usando le parole stesse del papa? O dice no alle famiglie arcobaleno, seguendo sempre Bergoglio per il quale “Dio maschio e femmina li creò” e “l’ideologia gender è frutto della frustrazione individuale di chi non sa più confrontarsi con la differenza sessuale e punta a cancellarla”?

Ma Conte si è talmente laicizzato per mostrarsi più a sinistra del Pd, da ritenere oggi reazionario persino il termine stesso di Dio, quasi mostrando di aderire alla scuola di chi ritiene che, nominare Dio in politica, equivalga ad attentare alla laicità dello Stato. 

Incredibile ma vero poi ascoltare il passaggio sull’agenda Draghi. “L’unica certezza che emerge dal discorso – ha detto Conte – è che ci ha restituito la rivendicata continuità con il governo Draghi, il segnale più evidente di questa continuità è nell’aver affidato la guida del ministero dell’Economia al ministro (Giancarlo Giorgetti ndr.) che per primo ha teorizzato e praticato il metodo Draghi, il ministro che è arrivato ad auspicare una gravissima torsione costituzionale con Draghi al Quirinale incaricato di guidare il convoglio governativo da lì. Viene un dubbio, ma non è che alla fine l’agenda Draghi vuole scriverla lei? Non è da escludere che in questo caso troverà appoggi anche dai alcuni banchi dell’opposizione”. Niente male per il capo di un partito che il governo Draghi lo ha sostenuto e che ha passato la campagna elettorale a difendersi dall’accusa di averlo fatto cadere provocando un danno all’Italia; e rilanciando costantemente la responsabilità nel campo del centrodestra”.

E così, negli attacchi anche veementi nei confronti della Meloni e del governo, il linguaggio di Conte è apparso ancora una volta indirizzato a regolare i conti con il Pd e soprattutto a scavalcare i dem a sinistra, sul tema della difesa dei diritti civili e della discontinuità con il governo Draghi che oggi il leader grillino sembra identificare come una sorta di male assoluto, trasferitosi nel campo del centrodestra. E forse a giudicare dai sondaggi il giochetto potrebbe anche riuscirgli, come gli è sicuramente riuscita l’impostazione della campagna elettorale tutta concentrata al Sud e sulla difesa del Reddito di cittadinanza. 

E tanto per mandare un segnale pure alla sinistra antagonista, ecco la difesa d’ufficio degli studenti di sinistra manganellati dalla polizia mentre tentavano di contestare un convegno di destra presso l’Università la Sapienza, al grido di “fuori i fascisti dall’Università”. Una difesa che stona però con il Conte premier, quello dell’esercito nelle strade per impedire il movimento delle persone durante il periodo della pandemia, o dei poliziotti con i droni che multavano le persone che prendevano in assoluta solitudine il sole sulle spiagge.

Alla fine quello che appare evidente è il complesso tipico della sinistra, incapace di smarcarsi da quell’idea di superiorità etica e morale che la porta a vedere il marcio, il reazionario, il fascismo, ovunque alberghino idee diverse dalle proprie. E Conte, alla ricerca di un movimentismo delle origini che riporti i 5Stelle ai voti di un tempo, ha ormai abbandonato l’abito istituzionale dell’ex premier sobrio, diplomatico e responsabile per indossare la divisa militare e l’elmetto per la guerra. Contro la Meloni certo, ma non da meno contro un Pd da combattere sullo stesso terreno di caccia. 

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