Destra-sinistra-centro. Silvio e Matteo le zanzare-tigre di Giorgia

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Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, con i discorsi pronunciati al Senato si sono ufficialmente candidati a fare le zanzare (o le mosche cocchiere) dei vincenti. Zanzare, che possono trasformarsi però, in zanzare-tigre (spine nel fianco).

Il Cavaliere, osannato dall’Aula come simbolo vivente della patria, ha incassato il gradimento, fatto di sorrisi compiaciuti e ipocriti, anche da parte di quell’opposizione che in passato l’ha demonizzato, criminalizzato, colpevole di aver portato al governo, sdoganato il post-fascismo per ben tre volte: 1994, 2001 e 2008.
E c’è da capire tutti, destra e sinistra. La Meloni non lo considera al momento un pericolo. Troppo forte è il suo consenso dopo il 25 settembre, la sua immagine e crescita personale. Al massimo, potrebbe diventare un elemento destabilizzante, strumentalizzabile, se dovesse far valere i suoi numeri come ago della bilancia per far andare sotto l’esecutivo. Ma sicuramente nei primi 100 giorni, il tempo della luna di miele col paese, non lo farà. Forse dopo. Ai primi scricchiolii e alle prime reiterate incomprensioni.

Del resto, è proprio la Ronzulli, la principale nemica di Giorgia (al di là degli spot falsi, utili unicamente alle foto-ricordo), a guidare le truppe azzurre di Palazzo Madama, dove Palazzo Chigi ha solo 11 voti in più.
Del resto, le frasi inopportune oggettivamente a favore di Putin hanno tolto al Cavaliere l’aura di garante moderato, occidentale ed europeista; panni, per naturale compensazione, immediatamente indossati dalla neo-premier. Che da sovranista indigeribile e inaffidabile, nel giro di una settimana (per Macron, Biden, Bruxelles), è diventata affidabile, credibile e rassicurante.

E cosa poteva fare Berlusconi, celebrando il suo ritorno nello scenario e proscenio parlamentare, dopo le disavventure giudiziarie? L’unica cosa possibile: ricordare urbi et orbi e a Giorgia che il centro-destra è nato con lui, grazie a lui (“l’ho creato io”), e messaggio in codice, morirà con lui. Quello che gli premeva ribadire è mettere il cappello pure sul governo della Meloni, dicendo e facendo capire chiaramente che la leader di Fdi è una sua creatura. Ma la diretta interessata, e questo Arcore lo sa bene, non è la sua delfina, né erede (sapendo pure che fine hanno fatto gli eredi al trono).

Giorgia, ecco la verità, non si è preoccupata perché Silvio ormai è solo un monumento mediatico ai caduti, ben rappresentato dalla sua fisicità al tramonto e postura ingessata, grazie ai chirurghi plastici.
Ciò che invece, lei dovrebbe ribadire è che la sua destra conservatrice non c’entra nulla col berlusconismo politico e culturale. Riprendere il meglio dell’esperienza di An (destra sociale non liberista, valori antropologici non laicisti, valori patriottici comunitari non individualisti, legalità e non ultra-garantismo etc), sarebbe un buon obiettivo e un ottimo inizio.

Se Giorgia ha tollerato Silvio per le note e suddette ragioni, si è divertita con Renzi. Il quale sciorinando la sua riconosciuta e consumata arte oratoria, ha perseverato nella strategia di smottamento degli schieramenti: una botta al cerchio e una alla botte. Per ora, massacrando il “masochista” Pd, e aprendo contemporaneamente al centro-destra sulle riforme (il sindaco d’Italia).
Ma, dopo, comincerà sia a erodere la destra, sia a competere frontalmente con Calenda che già dopo, il voto, pare appannato e leggermente di sfondo. Semplice accordo, mera spartizione dei ruoli, riequilibrio interno della leadership?
Se son rose s-fioriranno.

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