Giorgetti, ovvero quanto è duro fare il ministro dell’Economia al tempo dei vincoli europei. In questa fine 2023, il “dominus” dei conti pubblici italiani ha preso schiaffi da tutti: dai colleghi dell’Ue, dagli esponenti dell’opposizione, dai suoi stessi amici di partito. È diventato l’anello debole del governo? Purtroppo per lui sì, almeno nel breve e medio periodo.
La debolezza politica di Giorgetti si è manifestata in tutto il suo clamore all’indomani del no della Camera alla ratifica della riforma del Mes. Le opposizioni ne hanno chiesto a gran voce le dimissioni, accusandolo di non godere più della fiducia della maggioranza di governo e di aver supinamente accettato il diktat di tedeschi e francesi sul nuovo Patto di stabilità, un accordo che secondo Elly Schelin farebbe «molto male» all’Italia.
Ovviamente il ministro dell’Economia è ben saldo sullo scranno del governo, non foss’altro per l’asse di ferro che ha stabilito con Giorgia Meloni. Però è indubbio che stia passando un momentaccio.
Prima la brutta figura che gli ha fatto fare il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, che lo ha clamorosamente smentito sulla data di discussione del Mes e sul fatto che, al contrario di quello che Giorgetti aveva promesso ai suoi omologhi di Eurolandia, la ratifica del Salva-Stati non era affatto scontata, come poi si è clamorosamente dimostrato. Poiché il Molinari non pronuncia neanche una parola che non sia stata in precedenza approvata da Matteo Salvini, tutti ne hanno dedotto che non c’era accordo tra lui e il leader del suo partito su una delicata questione di politica europea.
L’altra brutta figura gliel’hanno fatta fare, dopo neanche quarantott’ore, il ministro dell’Economia germanico Christian Lindner e il suo omologo francese Bruno Le Maire, quando hanno annunciato a sorpresa che era stato raggiunto l’accordo sul nuovo Patto di stabilità lasciandolo con il cerino in mano. Cosicché è passato il messaggio che l’Italia si “accodava” a Francia e Germania sulla spinosa questione della politica fiscale imposta ai Paesi dell’Ue. S’è trattato di uno schiaffo che Giorgetti davvero non meritava, anche perché, da mesi, aveva costruito la sua tela in Europa rintuzzando in qualche modo le offensive germaniche sull’austerità di bilancio.
In tutto questo bailamme ci si è messa anche Forza Italia, che ha puntato i piedi sulla questione del Superbonus. E ciò per evitare guai a «cittadini e imprese», come ha detto Antonio Tajani. Con Giorgetti c’è stata «comprensione», ha aggiunto il leader azzurro, che si è pure detto «contrario alle liti». Tradotto dal politichese al linguaggio comune, vuol dire che tra lui e il ministro devono essere volate parole grosse.
È probabile che Giorgetti rimanga sulla graticola fino almeno alle elezioni europee, con le opposizioni che caricheranno a testa bassa accusandolo di aver sottoscritto un accordo sul Patto stabilità particolarmente pesante per l’Italia. La Schlein e compagni tuoneranno per mesi sul fatto che, per colpa del governo e del suo rappresentante all’Ecofin, saremmo costretti, negli anni a venire, a leggi di bilancio tutte lacrime e sangue, con appesantimenti e correzioni sull’ordine dei 12-13 miliardi di euro all’anno.
Queste apocalittiche previsioni sono state per la verità confutate dal commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni, che ha di molto ridimensionato le pessimistiche stime del suo stesso partito di provenienza. Le correzioni annuali non dovrebbero infatti superare i 6 miliardi.
Ed è proprio su questo punto che Giorgetti potrà tirare fuori, già dalla fine del prossimo anno, i suoi assi nella manica. Il ministro ha infatti ottenuto in sede Ecofin che per tre anni, dal 2025 al 2027, siano esclusi gli interessi sul debito pubblico dal computo del deficit. Queste concessioni all’Italia si dovrebbero inquadrare nel rientro “morbido” nei parametri europei che Giorgetti ha concordato con i colleghi europei. In tal senso vanno interpretate le sibilline parole pronunciate alla Camera dal responsabile del dicastero dell’Economia quando l’altro giorno ha detto che, sul nuovo Patto di stabilità, la «valutazione la faremo tra qualche tempo».
Staremo a vedere. È comunque probabile che, nei prossimi tre anni, le leggi di bilancio (per via appunto dello scorporo degli interessi sul debito) siano “leggere”. Guardacaso, parliamo degli gli ultimi tre anni di legislatura, quelli che precederanno le prossime elezioni politiche e quelli che vedranno presumibilmente lo svolgimento del referendum confermativo sul premierato.
Nessuno può però accusare Meloni e Giorgetti di aver “aggiustato” le cose in Europa avendo di mira esclusivamente il tornaconto politico del centrodestra. Si dà infatti il caso che, le elezioni politiche, la premier e i suoi alleati puntano a rivincerle. Per cui, se mai volessero inguaiare qualcuno, finirebbero probabilmente per inguaiare loro stessi. Tutto si può dire dell’attuale centrodestra, meno che abbia una proiezione strategica tanto miope e autolesionistica.
Ha probabilmente ragione Giorgetti: i conti sul nuovo Patto di stabilità li potremo fare solo tra qualche anno. E potrebbero anche non essere conti particolarmente salati.



