L’ultima polemica di Matteo Salvini? Il concetto di sovranità.
Lo spunto è stato fornito dal suo economista e non solo, Claudio Borghi, che si è scagliato contro il presidente Sergio Mattarella, reo di aver parlato di “consacrazione della sovranità europea”, proprio il 2 giugno, il giorno in cui si celebra la Repubblica di tutti e non di una parte (come da contro-parata antifascista, organizzata dalla sinistra per criticare strumentalmente ed elettoralmente il governo in vista del voto); Repubblica italiana dunque e non europea.
Ma Borghi è andato più in là: ha chiesto addirittura le dimissioni del capo dello Stato, esattamente come fecero a suo tempo i grillini, prima di diventare perfetti trasformisti, perché Napolitano non aveva rinviato alle Camere leggi ritenute incostituzionali (sull’abuso del potere di grazia e l’interferenza nei procedimenti giudiziari relativi alla trattativa Stato-mafia).
Ma qui il tema è più corrosivo. La domanda è: se il presidente che dovrebbe essere il garante e il custode della Costituzione, ridimensiona a tal punto la sovranità del suo popolo, dimostrando che la Carta “nata dalla resistenza e dell’antifascismo”, considerata “lungimirante e saggia” (salvo poi comprimerla quando si tratta di green, economia, armi e vaccini), compie alto tradimento?
Dov’è la realtà e dove finisce la propaganda? E fino a che punto può arrivare la narrazione di un partito?
E’ ovvio che la Lega, per ragioni meramente strategiche si è posizionata sul populismo sovranista più radicale, espressione di un sentimento largamente condiviso dagli italiani. L’obiettivo di Salvini è occupare quello spazio estremo che la Meloni, spostandosi verso il centro (il partito conservatore), ha abbandonato, nonostante le ultime pulsioni di piazza del Popolo.
Stiamo parlando dell’eccessivo fideismo atlantista, europeista modello-Ursula, dell’eccessivo abbraccio agli Usa, senza nemmeno posture alla Macron, e dell’eccessivo continuismo economico con Draghi etc.
La scelta di Vannacci rientra, infatti, in tale scopo: barra dritta contro il pensiero unico, il laicismo, la dittatura del politicamente corretto.
Ma le parole sono dure come pietre e seminano in profondità presso l’opinione pubblica.
Il messaggio sotterraneo che si cela dietro l’attacco di Borghi e la sostanziale difesa d’ufficio, con qualche piccola correzione e distinguo, del Capitano, lasciano intendere che Mattarella per loro sia l’uomo non della sovranità nazionale, ma della sovranità europea sull’Italia, con tutto ciò che comporta: il modello ideologico di Bruxelles (modello economico, politico, culturale, sociale), imposto agli Stati.
Tradotto, il super-Stato dei banchieri, dei poteri forti, delle lobby economiche, finanziarie e bancarie multinazionali.
Altro che l’Europa dei padri costituenti.
Nello scontro in atto c’è la distanza abissale tra due visioni dell’Europa: un’Europa accentrata, che omologa e un’Europa che federa Stati indipendenti e sovrani, che si uniscono su argomenti comuni, mantenendo le loro specificità (come ha ribadito la premier nel comizio romano di chiusura della campagna elettorale)
Una cosa è certa: su questo europeisti ed euro-scettici non si capiranno mai.
Ma i sovranisti dovrebbero fare un passo in più: quale sovranità difendono? Pure quando difendono l’Ucraina? Se uno Stato non batte più moneta, non è padrone della sua economia, delle fonti energetiche, delle infrastrutture, che sovrano è?
Un tema di grande riflessione che dovrebbe far abbassare le penne a 360 gradi.
Anche perché gli europeisti potrebbero dire che negli ultimi decenni ogni classe politica continentale ha gradualmente e inesorabilmente ceduto lembi di sovranità alla Ue.
Ci potevano pensare prima. Eppure lo hanno fatto per un sogno che non è certamente l’attuale Bruxelles. Ecco, bisogna riprendere quel sogno. A patto che non diventi utopia di fronte alla tetra, grigia e burocratica realtà di una Commissione non eletta dal popolo, autoreferenziale e auto-cooptata, che ci opprime a suon di ideologia Lgbtq, Kiev, carne sintetica, elettrico e case verdi.
Ma il dubbio su Mattarella? Se non viene fugato, diventerebbe molto credibile l’analisi di Marcello Veneziani: l’uomo del Colle, non la Schlein, è il vero leader del Pd.
