Sembra un film, anzi un incubo destinato a ripetersi ciclicamente. La destra (prima Msi, poi An), tanto per rispondere a Donzelli, auto-sdoganatasi grazie al voto popolare a partire dal 1993 (le amministrative), ma anche grazie alle forti condizioni esterne (Tangentopoli, il Mattarellum, l’alchimia elettorale di Berlusconi del 1994, che ha inventato il Polo delle Libertà e il Polo del Buon Governo), è stata sempre incatenata (e si è incatenata da sola) allo schema “fascismo-antifascismo”.
Da un lato, un’eredità mal metabolizzata da un processo politico forse troppo veloce (il congresso di Fiuggi) e che comunque non poteva ammettere ritardi, lasciando, come ha lasciato, spazio a pericolose serpeggianti nostalgie o a posizioni superficiali (in ordine ai principali temi della politica), definite “la mistica del ghetto”; dall’altro, ha costituito l’alibi perenne da parte dei suoi avversari, per evocare un fantasma inesistente con cui la destra ha dovuto e continua a fare i conti.
Una trappola mediatica che serve unicamente alla sinistra, per compattarsi, laddove perde alle urne, non ha idee, programmi seri e classe dirigente all’altezza. E che condanna i vari leader della destra a ossessive giustificazioni, parole di circostanza, all’apparenza forzate, che non bastano mai.
Se Gianfranco Fini disse che quella fase del fascismo (le leggi razziali, le Fosse Ardeatine, i campi di sterminio), è stata il male assoluto; se Giorgia Meloni (la dichiarazione nel giorno della Memoria), ribadisce l’orrore, puntando il dito pure sulla complicità del fascismo, delle due l’una: o vengono giudicati come conformisti, falsi, o come autori di parole scontate.
Lo schema purtroppo, resta ancora in piedi a imperitura memoria. Un mantra che si declina in tutte le scelte o decisioni di ogni governo di centro-destra o di destra-centro: sull’immigrazione, la sicurezza, l’economia, l’Europa e in primis, sulla giustizia.
Nelle leggi della destra, infatti, c’è sempre sottinteso un richiamo a un effetto autoritario, sinonimo di nuovo-vecchio fascismo.
La riforma della Giustizia, oggetto dell’ennesimo scontro tra poteri dello Stato, ricalca tale teorema: è il potere esecutivo che vuole cooptare, condizionare, comandare sul potere esecutivo.
Un’accusa modello-scomunica. I recenti fatti (il balletto sui migranti che vanno e vengono dall’Albania, la vicenda del terrorista libico Almasri), lo dimostrano ampiamente.
Come uscire dalla palude, dai ricatti? Moderando le politiche, le posture, accettando il pensiero unico?
No, semplice: tornando all’intuizione di Fini del 1995: una destra di governo protagonista delle riforme costituzionali: “un riformismo del futuro”.
La destra italiana, missina, monarchica, liberale classica (pre-fascista), non uscì vincente dalla seconda guerra mondiale, come accaduto ai conservatori francesi, o inglesi, che hanno partecipato alla Resistenza. E’ stata a lungo il simbolo degli sconfitti e della rivendicazione politica contro il sistema (il regime del Cln e dell’arco costituzionale poi); identità che si è tradotta magari in un buon serbatoio elettorale, ma un serbatoio incapacitante (il Polo escluso, per dirla alla Piero Ignazi).
Fiuggi, nero su bianco, ha rappresentato invece, l’alternativa in progress: un progetto chiaro volto a costruire un moderno partito conservatore di massa e una strategia mirata ad edificare costituzionalmente la seconda Repubblica.
Una destra di governo che, estranea alla fase costituente della prima Repubblica (1946-48), diventava artefice della seconda. An, quindi, tra “i padri della patria”. E l’occasione in effetti ci fu: il famoso “patto della Crostata” che aveva prefigurato l’incontro tra il presidenzialismo e il federalismo. Occasione abortita perché Berlusconi fece saltare il tavolo.
Se le cose fossero andate come dovevano, il ricatto sulla patente quotidiana di antifascismo pretesa dalla sinistra, sarebbe finito per sempre.
E le battaglie sulla giustizia, i migranti etc, sarebbero state diverse.
Ragion per cui la Meloni ha il dovere di andare fino in fondo sulle riforme: giustizia, premierato, autonomia e non solo.
Fascismo, destra, riforme. Per uscire dai ricatti della sinistra, tornare allo spirito di Fiuggi



