Prendiamo alcuni elementi e mettiamoli insieme.
La notizia è ovviamente “Giuseppe Conte rieletto presidente dei 5Stelle”.
Ma attenzione, i titoli ingannano. E il diavolo si nasconde puntualmente nei particolari. Se guardiamo, infatti, alla “sostanza-web”, la domanda era pretestuosa, conteneva già la risposta: si è trattato solo di una votazione per confermare o meno il suo incarico. “Si” o “no”; un quesito imperativo tipico dei direttòri, dei cesarismi, delle dittature.
E ancora: Conte, tra l’altro, “candidato unico”, visto che nessun altro degli “interni” ha avuto il coraggio di confrontarsi con la sua leadership e con le prospettive future del partito (ad esempio, Chiara Appendino, assurta alle cronache per un certo disagio circa il rapporto col Pd, non ha battuto ciglio).
Infine, il numero dei votanti: su 101.783 iscritti aventi diritto al voto hanno partecipato alla consultazione appena in 59.720, pari al 58,67 per cento. Nemmeno la totalità degli iscritti. Dettaglio scontato (a questo punto): i “sì” sono stati 53.353, i “no” 6.367 (“modello bulgaro”, una piccola opposizione, giusto per non far sembrare lo scrutinio troppo totalizzante e a senso unico).
Quello che ci interessa, però, non è fare la morale ai pentastellati, visto che quasi tutti i soggetti politici attualmente in circolazione non brillano certamente per democrazia interna. Sono tutti “partiti-persona-personali”. Ma per quell’ “eterogenesi dei fini” che ogni movimento populista vive sulla sua pelle. Sembra una regola consolidata, che fa rima con condanna e maledizione.
E qui dobbiamo necessariamente ripartire dalle origini dei grillini: movimento alternativo al sistema (alla palude bipolare “Pd renziano – Pdl berlusconiano”); movimento “spacca tutto”, di moralizzazione della vita pubblica contro gli sprechi del ceto politico e la corruzione partitocratica, con due parole d’ordine non da poco, “Vaffa day” (rottura col Palazzo) e “uno vale uno” (basta caste). Tradotto, democrazia diretta e battaglie anti-Tav-Tab, anti-vaccini etc.
Poi, gradualmente quel parlamentarismo che storicamente ha sempre conglobato, assorbito, narcotizzato le opposizioni pericolose, è riuscito nell’impresa di integrare, normalizzare, “costituzionalizzare” (direbbero gli esperti), pure l’invenzione, la creatura geniale del duo Grillo-Casaleggio (un comico anticonformista e un visionario della rete). E il partito si è liquefatto, spappolato, disintegrato, integrandosi proprio in quel sistema che voleva “tagliare come una scatola di tonno”, insieme al tramonto carismatico e fisico di Grillo, che da fondatore, ispiratore, garante, presidente, si accontenta ora di innumerevoli cause legali, a partire dalla proprietà del sito ufficiale. Una deriva plasticamente rappresentata dalla carriera a ritroso del suo delfino-gambero Di Maio, comodamente seduto oggi sugli scranni dei potenti e del mero professionismo politico.
Ma d’altra parte, lui stesso ammise a chi scrive in epoca non sospetta, che un movimento populista rivoluzionario come il loro (che ha introdotto le categorie “alto-basso”, popolo contro caste, e che si basava sull’onestà come slogan morale, quando tale valore è solo una precondizione della politica, oltre alla competenza, non l’unica garanzia di buon governo), se non dispone della maggioranza assoluta rischia di essere catturato dalle istituzioni “conservatrici”. Ed è questa la ragione dei “contratti tematici” che il Movimento ha stipulato in passato con la Lega prima (esecutivo giallo-verde), e col Pd dopo (esecutivo giallo-rosso). Perdendo inesorabilmente quel consenso trasversale che ne aveva caratterizzato la prima comparsa pubblica alle elezioni politiche (oltre il 30%).
Ma questa è cronaca.
Ora il partito è saldamente nelle mani uniche di Conte e ben ancorato a sinistra (mandando al mare la categoria “alto-basso”), in quell’area riformista-populista che compete l’egemonia a una Schlein illusa che il campo largo sia possibile (tra la copia-dem e l’originale-5Stelle si sceglie l’originale).
Un partito personale, con un impianto oggettivamente “cesaristico” che smentisce definitivamente il vecchio Dna, basato sulla democrazia diretta.
Una fine “ideologica”, una specie di maledizione, già anticipata da un grande filosofo del Settecento: “La volontà generale esprime il giusto, l’identità di interessi tra chi comanda e chi obbedisce. La migliore forma di governo è la democrazia pura, ma questa realtà non esiste e non è mai esistita, ci vorrebbe un popolo di dei e non di uomini”. Ergo, non si esce da qualcuno che comanda la democrazia e guida la volontà generale. E’ così che finiscono tutti i partiti rivoluzionari e populisti. Con l’uomo solo al comando.
Il filosofo è Rousseau (“Contratto sociale”), e non a caso la piattaforma che ha simboleggiato la nascita, le regole, la linea politica, la scelta dei dirigenti, dei parlamentari e l’adesione ai più disparati governi) si è chiamata Rousseau.
Ecco spiegata la “monarchia democratica” di Conte.



