Cosa vuol dire una candidatura così impegnativa come quella del generale Vannacci?
Andiamo per ordine.
Innanzitutto il primo colpo comunicativo l’ha messo a segno Matteo Salvini, annunciandone la discesa in campo, guarda caso, in occasione della presentazione milanese del suo libro. Proprio il 25 aprile, data religiosa e intoccabile. Pur aderendo formalmente al clima obbligato del giorno, il Capitano ha veicolato di fatto un messaggio culturalmente e politicamente opposto al pensiero unico, al pensiero dominante. Ovvio che abbia dato molto fastidio, “alterando” le cronache tv, social e della carta stampata.
Laddove si pretendeva di imporre una postura unica, un’analisi del sangue, pena essere considerati eversivi, golpisti, nostalgici, fascisti, pericolosi no-tutto (no-Vax, no-Green, no-Lgbtq, no-Europa, No-Zelensky etc), ha risposto alle dichiarazioni dall’alto a reti unificate (Rai-Mediaset-La7), con un contenuto oggettivamente alternativo.
Tradotto: se il fascismo è mancanza di libertà, con questa candidatura ha attualizzato “l’antifascismo”, ribadendo nel presente la libertà di pensiero, la libertà di parola del Generale, pur non condividendo alcuni passaggi dei suoi lavori.
Grande strategia: ha confutato la sinistra sui suoi stessi dogmi.
Se il fascismo è imposizione, intolleranza, totalitarismo, non si può censurare o essere intolleranti con chi si schiera contro il politicamente corretto, rivendicando un autonomo e individuale spazio di libertà. Quella che i partigiani a suo tempo conquistarono contro la dittatura. Sarebbe una contraddizione evidente per la sinistra, bandiera della Resistenza antifascista.
Un inserimento fortemente voluto e sperato nelle liste elettorali europee, quello del Generale, confidando nel fatto che la sua presenza costituirà un sicuro valore aggiunto, nel quadro di un rinnovato sovranismo nazionale, non più un sovranismo nordista, come vorrebbero i suoi governatori, che gli hanno concesso una segreteria a tempo, pronti a regolare i conti se il voto europeo dovesse essere negativo.
D’altra parte, cos’altro poteva fare Salvini, visto lo spostamento verso il centro di Fdi?
Collocarsi decisamente nell’area della contestazione tosta a questa Europa. Esattamente quello che ha fatto. Andare contro la sua vocazione finanziaria, economica, bancaria, lobbistica, laicista, multietnica, verde, vaccinista e troppo filo-Zelensky.
Tutti nodi che ora con pazienza verranno al pettine, nell’interesse dei popoli e degli Stati, che pretendono, come legittimo che sia, un recupero di quella sovranità che hanno gradualmente perso, nel nome di un sogno continentale rimasto sulla carta e vanificato.
E il Generale?
Con sapienza si è sottratto al gioco mediatico dei “professionisti dell’antifascismo” (“Vado al mare”). E ha spiegato il suo ruolo di indipendente che condivide, non subisce, le linee di partito, volendo combattere per le sue stelle polari: identità, patria, famiglia, tradizione, sovranità. Quei valori che ha trattato diffusamente nei suoi libri.
Chi e cosa rappresenterà infatti, Vannacci? La maggioranza silenziosa degli italiani, il buon senso nazionale e l’autobiografia vera, non ideologica, della nazione.
Se da una parte, ci sono i mestieranti dell’antifascismo e della divisione, solo per meri interessi elettorali, organizzando quotidiani processi che giudicano chi non è degno di vivere in democrazia, il Generale può esprimere quel primato della storia, della cultura e della tradizione nazionale, uniche basi per arrivare realmente a una memoria condivisa e a una vera pacificazione nazionale.
Se il Vannacci è divisivo per il mainstream, unirà chi non ne fa parte: i cittadini stanchi della retorica e dell’ipocrisia del 25 aprile, del 1maggio, del 2 giugno etc. In trincea, come hanno fatto i nostri padri e nonni, nelle operazioni di pace e nei teatri di guerra nel mondo, non ci sono state le antinomie e gli antagonismi virtuali di Palazzo, ma solo l’unità nazionale sul campo.
E patriota vuol dire riferimento alla terra dei padri, alla nostra storia e missione. Partigiano, al contrario, vuol dire uomo di parte.
La democrazia e l’Italia, caro presidente Mattarella, sono di tutti. Se non si metabolizza il nostro passato, non si guarderà mai all’avvenire.



