Che vuol dire solo “Giorgia, Giorgia Meloni detta Giorgia”?
Pensate che differenza rispetto a “Elena Ethel Schlein detta Elly” che non ha trovato posto nemmeno nel simbolo del suo partito.
In questo c’è tutta la differenza tra l’attuale destra e l’attuale sinistra.
Una destra popolare che semplifica, si identifica con i cittadini e una sinistra diventata aristocratica, distante, cosmopolita e multiculturale, lontana dalla gente, ossessionata dal bisogno e dall’obbligo di educarla, correggerla, indirizzarla pedagogicamente, bastonarla se non vota come dovrebbe (relegata al rango di plebe manipolata), esaltarla se vota secondo i desiderata. Mentre la destra non pensa a eterodirigerla, semplicemente a rappresentarla.
E la parola “Giorgia” vuol dire esattamente questo: una di noi, una di voi, una persona di famiglia, famigliare, di casa, una che ti chiama, ti considera, risponde col tu e che sancisce un patto di identificazione fisica oltre che politico e culturale.
Un tempo si sarebbe parlato di “autobiografia della nazione”, meglio dire “patria vivente”. Laddove la sinistra, al contrario, è “l’autopsia della nazione”: premia da sempre l’evaporazione, l’apolide, il precario, il fluido, il liquido e ogni diktat dall’alto, delle caste, delle lobby, vuoi la campagna economica di Bruxelles, vuoi la campagna vaccinale, vuoi il green, vuoi il rigorismo europeo, vuoi la carne sintetica. Eternamente oscillante tra l’autolesionismo nazionale e l’esterofilia.
Votare Giorgia invece, è un atto di responsabilità e di coraggio. La premier sa benissimo che trasformare una consultazione elettorale in un plebiscito personale comporta dei rischi. Ne sa qualcosa Renzi che ha legato una scelta referendaria alla sua persona, ricattando di fatto i cittadini (se perdo vado casa; promessa disattesa).
E già sono scesi in campo “illustri” giuristi e costituzionalisti che hanno evidenziato le anomalie normative che esporrebbero la Meloni a invalidare i suoi voti, anche se non c’è nessuna legge che vieti esplicitamente il riferimento nella scheda al solo nome.
Certo, la sinistra non può e non potrà appellarsi moralmente (postura cui ama aggrapparsi) all’inganno dell’“effetto-traino”, visto che pure la sua segretaria correrà per fare il pieno dei voti, ma non rimarrà a Bruxelles.
Con una differenza: la Schlein si ritiene figlia della democrazia delegata, la Meloni, dal canto suo, incarna plasticamente la democrazia diretta, nel nome di quel premierato che dovrebbe essere la madre di tutte le riforme.
Partiti-persona, padronali, personali? No, leadership responsabili, che necessitano di mandati fiduciari ampli e stabili per continuare a governare.
Scelte vere e non virtuali.
Lo stesso manifesto Fdi per le europee è emblematico: “L’Italia cambia l’Europa”.
Un protagonismo inaspettato, un sovranismo pragmatico, non demagogico populista, velleitario, parolaio, mirato a “rendere sovranista l’Europa” (suoi temi fondamentali, come l’economia, la casa, l’ambiente, la sicurezza, l’immigrazione), e non “rendere europei i sovranisti”.
Sui risultati, si faranno i conti a fine mandato.
Certo, lo scontro tra le due donne non si limiterà a giugno, ma all’Italia. Ed entrambe hanno emarginato Conte, il terzo incomodo.



