Puglia Caput Mundi. Ecco ciò che divide FDI, Lega e FI. Rivalità e temi nuovi

lunedì, 19 Agosto 2024
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Incontro segreto, ufficiale, formale, informale, ufficioso, privato, pubblico. I summit pugliesi (atto primo e atto secondo) si possono chiamare in tanti modi. Come in tanti modi si può analizzare e decriptare l’obbligata anticipazione programmatica estiva per costruire l’eventuale Fase-2 del governo.

Dopo una lunga luna di miele, confermata alle scorse europee (bisogna dirlo, in assoluta controtendenza rispetto a molti esecutivi che dopo un po’ perdono inesorabilmente terreno) adesso, visti gli indubbi oggettivi primi seri problemi interni ed esterni alla coalizione, si impone un vero tagliando. Tradotto, un’assunzione di responsabilità e un bagno di umiltà di gruppo.

Finora, a fronte delle ripetute fibrillazioni, è stata solo e sempre la Meloni a metterci la faccia. E’ intervenuta per sanare dispute nuove e antiche, ha mediato, bastonato quando è servito, ricondotto all’ordine i ministri troppo individualisti e troppo ciarlieri; ha colpevolizzato Pd e grillini, che non perdono occasione per organizzare reiterati processi di Norimberga sui fatti e le parole di Palazzo Chigi. Altro che corretta opposizione.
E da ieri, l’attacco alla sorella Arianna per arrivare a lei.

Abbiamo detto “finora”. Ma a lungo andare “l’autodisciplina di gruppo” dovrebbe essere una regola condivisa e applicata da tutti i partner. Oltre le legittime distinzioni da campagna elettorale che hanno evidenziato le diverse specificità identitarie di Lega, Fdi e Fi; una cosa è certa: se si insiste con i distinguo, alla fine il giocattolo rischia di rompersi. E sarebbe la ripetizione di film già visti che hanno avuto come copione partenze in pompa magna del centro-destra, con numeri parlamentari sicuri e poi l’inesorabile implosione. E’ o non è la storia berlusconiana del 1994, del 2005-2006 e del 2011?

Il vertice atto primo, presso la masseria “Beneficio” di Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, come noto, è stato a due: la premier e Salvini. Mentre, Il 30 agosto (atto secondo), arriverà anche Tajani.

Solo questione di scaletta? Non lo crediamo: con la Lega c’erano e ci sono parecchie ferite da curare, parecchi aspetti da chiarire: la riforma della giustizia, l’equilibrio tra il premierato e l’autonomia differenziata, i balneari. E ancora: l’eccessivo approccio filo-Kiev (una guerra che non può più essere considerata difensiva), e gli effetti della collocazione italiana a Bruxelles (con la questione aperta dei commissari da scegliere).

Di sfondo, un annoso rapporto di amore-odio e di sottile competizione a destra, tema che ha messo e metterà perennemente in apprensione la Meloni, in bilico tra conservatorismo moderno e zoccolo duro del mondo di provenienza.
E dopo il Capitano (se sono stati appianati i vulnus), dunque Tajani.

Il quale fiero della recente avanzata alle urne, ritiene forse che lo smarcarsi ideologico dalla destra, potrebbe diventare non solo il punto auspicato di attrazione dei ceti moderati, ma addirittura l’apripista di futuri scenari, nuovi governi compresi (tecnici, di unità nazionale, moderati a 360 gradi, magari con Calenda e Renzi), dando sostanza allo slogan coniato proprio dal vice premier e cioè, “Fi che prende lo spazio che va dalla Meloni alla Schlein”.

I problemi con gli azzurri sono speculai a quelli che la premier ha con la Lega: la manovra di bilancio, le nomine Rai, la riforma della giustizia, i balneari, l’economia, i rapporti con Bruxelles e infine, quello ius scholae che lei non riesce proprio a digerire.
A molti osservatori è sembrato proprio uno sgarbo irricevibile e inspiegabile da parte di Fi, che però conferma un’anomalia tipicamente italiana (che il sistema elettorale accentua): poli troppo eterogenei, che intercettano target ampli, ma che poi non garantiscono una governabilità coerente, che per definizione si fonda sull’omogeneità culturale.

E qui è in gioco il futuro assetto del centro-destra e di conseguenza del governo a guida Fdi. Sarà ancora sovranista, populista? O si sposterà verso le posizioni di Fi, che è e resta liberale in politica, liberista in economia e laicista sui valori etici?

Quando durerà l’equilibrismo della Meloni, nel nome di un sovranismo pragmatico di cui, afferma, si vedranno i frutti solo a fine mandato, nel nome di un atlantismo e filo-americanismo estremi, prezzo da pagare forse ai poteri internazionali per restare in sella, e di una sostanziale continuità col governo Draghi relativamente alle scelte economiche?

I prossimi mesi saranno interessanti. Ma il pericolo di una progressiva corrosione e di un lento logoramento dell’esecutivo è concreto. A meno che la Meloni, tanto per non smentirsi, non ci riservi una sorpresa delle sue.

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