Destra di governo. Vincente sul piano politico, perdente su quello culturale

mercoledì, 16 Ottobre 2024
2 minuti di lettura

Quando si va al governo non solo si deve amministrare il presente, gestire la cosa pubblica, lasciare i conti in ordine, aiutare i cittadini, risolvere i problemi. In una parola, lavorare seriamente per il bene comune. Ma l’obiettivo è, e dovrebbe essere anche e soprattutto, lasciare un segno, un’idea di città, di Stato, di nazione. E’ proprio questa la differenza, come ebbe modo di affermare De Gasperi: la differenza tra il politico e lo statista, è che il politico pensa alla sua rielezione, lo statista alle nuove generazioni.
E a proposito di idee, inutile tentare mediazioni, sintesi, compromessi con proposte opposte: non esistono soluzioni generaliste, buone per ogni stagione. Sull’economia, la società, l’immigrazione, la sicurezza, ci sono un’idea e una ricetta di destra e un’idea e una ricetta di sinistra.
Si tratta di visioni opposte della modernità. Da un lato, la modernità laicista, globalista, multi-culturale, multietnica, del politicamente corretto, dei super-Stati etici; dall’altra, la modernità antropologica, basata sulla centralità della vita, della famiglia naturale, l’identità storica, culturale e religiosa dei popoli. E non c’è il futuro o il passato, ma solo modelli da affermare sullo stesso piano, con reciproca dignità.
Il centro-destra, è noto, risente di un male strutturale, genetico: come coalizione (al di là di chi la guida), dal 1994 a ora, raccoglie il massimo dei consensi, poiché al suo interno ha tradizionalisti, populisti, moderati, cattolici, laici, euroscettici, filo-europei, liberali, sociali, statalisti, liberisti, conservatori, riformisti, federalisti, presidenzialisti etc.
Un’unione eterogenea “contro” (speculare alla sinistra), ma che quando esprime un governo o deve fare le leggi, manifesta troppi vulnus. Lo abbiamo sempre scritto: la governabilità coerente scaturisce dall’omogeneità culturale. Se non c’è quest’ultima ogni maggioranza è destinata a implodere.
Lo stiamo vedendo pure a proposito della Manovra: un tira e molla tra richieste, aspettative, annunci, interessi e progetti incompatibili, che danno la sensazione di un governo confuso, disordinato, malgrado l’ottima uniforme e assertiva comunicazione della premier.
E se la Meloni si sta notevolmente distinguendo sul piano politico interno e internazionale, con grinta, capacità, visione, al punto che quasi tutti i leader internazionali, le riconoscono credibilità e autorevolezza. Una credibilità oggettiva per un’Italia più protagonista di ieri.
Il tema, però, è la classe dirigente in primis, culturale. Su questo la destra di governo numericamente e qualitativamente è deficitaria. Sia in termini di presenze istituzionali (pochi nomi, spesso privi di percorsi ad hoc e di storia o appartenenza definite) .
Quei pochi nomi che ci sono e che vengono premiati, di solito vengono pescati in base a logiche di fedeltà, estranee spesso alla competenza.
Perché c’è modo e modo di conciliare appartenenza, coerenza e competenza. Le radici culturali, come sempre ribadito, non si azzerano, né si musealizzano, ma si attualizzano. E qui ci vorrebbe un’importante operazione culturale che finora non è stata mai fatta.
Non si conquista un posto al sole, occupando posti apicali che dovrebbero lasciare il famoso segno di destra, semplicemente assumendo posture fuffa da salotto liberal se non radical, o demonizzando i conservatori, i cattolici, i liberal-conservatori, doc, definendoli nostalgici o superati.
Così si fa solo un favore al mainstream di sinistra, che nonostante il governo di destra, sta dettando l’agenda culturale, mettendo all’angolo ministri, parlamentari, esponenti di grido, a partire dalle tv e dai social; relegati e condannati a un perdente giustificazionismo, o a un’eccessiva prudenza nei confronti del pensiero unico laicista.
Nominare a capo di gabinetto del ministero della Cultura un professionista vicino se non organico, al mondo-Lgbtq, al d là delle personali “sintonie futuriste”, è una sconfitta per tutto l’ambiente.
Temi come la famiglia, l’aborto, l’identità italiana, la cittadinanza, l’immigrazione, la sicurezza, sono non negoziabili, né vendibili.
Non esiste una via di mezzo. E l’orgoglio di una tradizione non è regresso, ma spazio vitale che nessuno regala.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.