Centrodestra che fu. La Meloni si stacca da Berlusconi

Politica

Su Lo Speciale ormai è diventato un tormentone. Stiamo seguendo, passo dopo passo, puntualmente, tutto il processo di disgregazione quotidiana del centro-destra.

Lacerato e oscillante tra la nostalgia dello “schieramento che fu”, con Fi centrale e centrista, con Silvio Berlusconi efficiente, vincente e carismatico, e una destra, più una Lega periferiche. Ormai, questa è cronaca spietata: la Lega è sempre più “modello Le Pen” (ha fatto irruzione in tutta la Penisola), è andata al governo (scandalo) con i grillini, e ha indossato da tempo i panni del partito sovranista e populista.

La stessa esperienza di Palazzo Chigi sta confermando, fibrillazioni a parte, l’osmosi con i 5Stelle su temi come l’economia, le tasse, l’immigrazione, la sicurezza, la giustizia, lo Stato sovrano, l’anti-Ue, una nuova visione del pubblico (finalmente una grande idea di politica industriale, quando Conte ha convocato tutte le partecipate a Palazzo Chigi). Una Lega che ha abbandonato molte posizioni e certamente la comunicazione dominante al tempo del Cavaliere.

Quindi, l’abbiamo scritto più volte, risultano patetici i tentativi da parte dei vecchi alleati del Carroccio, di ricondurre Salvini nel vecchio alveo, agitando le bandiere e le parole d’ordine passate.

Risulta patetico Silvio Berlusconi quando si dice “preoccupato per quello che accade oggi in Italia. C’è una deriva autoritaria di partecipanti al governo, alla quale, l’altra squadra di governo, i nostri alleati della Lega, non reagiscono adeguatamente”. Disperati messaggi in codice e appelli ai sentimenti.

Il riferimento al Decreto-dignità, alla Manovra finanziaria, al reddito di cittadinanza, non è puramente casuale. Insomma, per Silvio, Matteo avrebbe tradito le pmi, gli imprenditori del -nord e le partite Iva, per assoggettarsi allo statalismo giacobino dei grillini. Al loro furore giustizialista e nichilista.

E ancora: “Non solo il costo del debito o il Def, ma il tratto liberticida che sta prendendo questo governo, in antitesi ai principii liberali e moderati”.

Termini questi, “moderati e liberali”, che se sommati alle idee “rivoluzionarie” di Toti, governatore della Liguria, che pensa ad un partito unico del centro-destra, ossia “il mastice borghese” che dovrebbe caratterizzare lo schieramento, sanno di preistoria e di fallimento. E di rifiuto assoluto delle nuove categorie che non sono più “destra-sinistra”, ma “alto-basso”.

A mettere una pietra sopra sul “modello 1994” (Polo delle Libertà e del Buon Governo), ci ha pensato Giorgetti, l’altro ieri, affermando che “il nuovo è soltanto Salvini e il partito sovranista-populista, mentre il centro-destra è morto”.

E Giorgia Meloni, sembra averlo capito. Dopo mesi di melina e di pensieri antichi, tipo “Salvini come fai a firmare il Decreto-Dignità che si ispira al marxismo?”, ha cominciato a capire la rivoluzione in atto in Italia: “Noi siamo impegnati a creare un grande movimento sovranista e conservatore che possa allearsi alla Lega”. Uno scatto utile al cambiamento e un calcio al passato berlusconiano. Anche perché Fdi rischia di perdersi tra “il polo populista” di governo, di cui non fa parte, e “il polo liberal” di opposizione (Fi e Pd), geneticamente inaccettabile.

L’unico che crede ancora al centro-destra vecchia maniera è Antonio Tajani che preferisce Salvo D’Acquisto a Steve Bannon. Ma questa è un’altra puntata.

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