Meloni col piede giusto. Sarà un governo sobrio e pragmatico. Il pericolo-Salvini

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Il buon giorno si vede dal mattino. E al momento la Meloni è partita col piede giusto, rispondendo a un codice comunicativo di sobrietà, serietà e professionalità. Non ha organizzato la rituale conferenza stampa di tripudio partitico e personale, argomento scontato e inutile, esclusivamente mediatico, suscettibile di strumentalizzazioni immediate, ma si è messa subito al lavoro.

Obiettivo, la formazione del governo e la preparazione della legge di Bilancio, appuntamento obbligato di ottobre. Nel frattempo ha ordinato ai suoi di non straparlare, di non rivendicare né il passato, né consumare a mezzo stampa o in tv, vendette verso una sinistra, divisa tra attendisti, pronti ad affondare il coltello e delusi-livorosi, che non perdono occasione per schiumare rabbia e pregiudizi ideologici.

Del resto, già in campagna elettorale la Meloni aveva scelto di non rispondere alle provocazioni, mantenendo un profilo basso, quasi estraneo alle polemiche che la riguardavano, replicando solo se strettamente necessario (Orban, aborto etc).
E, dai primi approcci da neo-premier, naturalmente al netto della scelta del capo dello Stato, sta continuando nello stesso modo.
Nel segno della responsabilità e del peso che comunque dovrà portare e sopportare: crisi economica, post-pandemica, energetica.

Di fronte alle sollecitazioni del Palazzo mediatico, politico e culturale, mosse per disturbarla o normalizzarla, secondo uno schema trito e ritrito, usato scientificamente quando un partito di destra in Italia e nel mondo vince alle elezioni, nella consapevolezza storica che semmai ha conquistato la buccia e mai conquisterà la polpa (è accaduto a Berlusconi sia nel 1994, sia nel 2001, sia nel 2008), sembra abbia fatto sua quella scelta che sarà la costante dell’esecutivo tricolore: essere se stessa, secondo il Dna conservatore, liberale e cristiano, capace di tradursi in leggi coerenti.
Come coerente è sempre stata la leader, rispetto alle sue idee.
Un mix di identitarismo e pragmatismo, nella necessaria mediazione tra il dovuto indirizzo alternativo e la mediazione col reale possibile.
Meccanismo già utilizzato, ad esempio, come detto, in vista della legge di Bilancio: cominciare a introdurre ricette di destra in un quadro istituzionale pregresso.

Fa bene a confrontarsi con Draghi, cui spetta, in qualità di governo uscente, il perimetro della prossima Finanziaria.
Non a caso gli Usa, quella Ue che prima del voto aveva minacciato di usare i medesimi mezzi contro Orban se avesse vinto la Meloni e che ora farà arrivare i soldi, hanno lanciato un amo.
Un colpo al cerchio, quindi, e uno alla botte. Come? Lavorare con Draghi e poi iniziare a cambiare: in primis, la modifica del Pnrr, e poi con valenza italiana, la scomposizione nella bolletta tra la parte legata al gas e quella all’energia elettrica, e la modifica del reddito di cittadinanza.
Dando per scontato che i diritti conquistati non saranno toccati (194, unioni civili), certamente però, non se ne aggiungeranno altri (ius scholae, Ddl Zan, eutanasia, utero in affitto etc).

Un consiglio: nessun velleitarismo costituzionale su presidenzialismo e similari. Le riforme vanno ponderate e studiate, anche se la sinistra, a suo tempo, ha imposto a colpi di maggioranza la riforma del Titolo V.
Salvini, la Meloni e Berlusconi, si sono incontrati ieri. Nessuno conoscerà mai i loro reali pensieri, le loro reali aspirazioni e paure.
Tra loro, al di là delle necessità di schieramento e la futura ragion di Stato, è cronaca, non c’è molta intesa. Anni di competizione interna hanno fatto parecchi danni.

E se il centro-destra post-25 settembre, è saldamente a trazione Fdi, che per diritto dovrà tirare le fila, Fi e Lega potranno fare l’ago della bilancia in tutti i sensi. Alla Camera la maggioranza è di 33 deputati, e al Senato di 11. Della serie, governabilità assicurata, ma pure messaggi in codice e avvertimenti.

Il pericolo per la Meloni può venire, in primis, da Salvini, che come da recenti esternazioni, intende usare Palazzo Chigi e l’eventuale incarico che gli verrà conferito, come arma per recuperare voti e consenso interno alla Lega.
Si prevede infatti, un sicuro ritorno a una stagione demagogica piena di annunci da parte del Capitano. Annunci che alla lunga potrebbero scalfire la leadership di Giorgia.

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