Amadeus. Se ne va dalla Rai per la Meloni? O per qualche altra cosa?

2 minuti di lettura

Fabio Fazio, Lucia Annunziata (guarda caso, quasi sicura candidata del Pd alle europee), Bianca Berlinguer, Luciana Littizzetto, Massimo Gramellini: un esercito di blasonati sfollati Rai, i quali pensavano di essere eterni e inamovibili, in quanto espressione del pensiero unico progressista, della cultura ufficiale, del giornalismo che conta, della satira e della conclamata e indiscussa superiorità etico-professionale nazionale.

Tutti fuori, con contratti luculliani sottoscritti con altre emittenti private (l’odiato capitalismo commerciale, perfino di matrice berlusconiana), e tutti con la medesima postura “d’uscita”: finti sorrisi, poche parole di polemica diretta nei confronti del nuovo clima virato a destra (in fondo bisogna traghettare i telespettatori, non conviene essere divisivi), ma messaggi generici, depistanti, comunque percepiti come risultato di un’ingiusta emarginazione politica (la Rai meloniana), nascondendo la nuda e cruda verità legata legittimamente ai compensi.

Un giochetto a cui, secondo i più maligni, non si sarebbe sottratto l’ultimo della aurea schiera: Amadeus.
Pure lui pubblicamente nessuna recriminazione, ma dietro i sorrisi (e i comunicati) di circostanza, la realtà di uno strappo che rischia di non essere indolore per nessuno (Rai, sponsor e spettatori).

Il conduttore ha abbandonato la tv di Stato nel momento del suo successo più luminoso.
Viale Mazzini si è lasciata sfuggire quello che in questo momento è il migliore dei conduttori, dopo i favolosi numeri di Sanremo. Nel colloquio avuto col direttore generale Giampaolo Rossi, il conduttore ha ufficializzato la decisione di non rinnovare il suo contratto, in scadenza il 31 agosto, e la volontà di impegnarsi e lanciarsi in nuove sfide professionali.

Il futuro è ormai già scritto: il nuovo indirizzo di Amadeus sul telecomando è al Nove, il canale del gruppo Warner Bros Discovery.

Ma veramente si tratta solo di nuove sfide?

Del resto, già dopo il festival, finito in un crescendo di soldi, ascolti e pubblicità, da persona intelligente come è, aveva capito, riteniamo, che il massimo potrebbe coincidere con la regressione. E ciò vale per ogni campione. E’ una regola che soltanto i superbi e i poco intelligenti non capiscono. Specialmente quando si tratta di audience liquida (le stesse regole del consenso politico).

Più volte interrogato sul suo futuro aveva detto che avrebbe voluto percorrere una strada diversa e di avere bisogno di nuovi stimoli. E ora il mantra dell’occupazione destrista della Rai, diventato ormai patrimonio collettivo, a favorire le “condizioni oggettive” del suo abbandono.
Un mantra che funziona a 360 gradi: per la politica, la cultura, l’economia, l’informazione, per ogni scelta che riguarda i vertici apicali. Ne sanno qualcosa i suoi colleghi più schierati ideologicamente (Amadeus non si è mai dichiarato in proposito).

Chi per decenni ha occupato il potere ha difficoltà ad ammettere che non esiste superiorità morale, etica e antropologia, come invece fa da sempre la sinistra politica, mediatica, intellettuale. E ha difficoltà ad ammettere che la destra oggi non sta operando discriminazioni, ma solo un naturale riequilibrio delle forze in campo.
Si chiama spoil system, una regola democratica.

Ma cosa avrebbe spinto Amadeus a lasciare?

Nei giorni scorsi si è parlato delle “odiose richieste” che avrebbe ricevuto da parte della politica, come inserire Povia (vicino alla Lega) nel cast dei cantanti in gara a Sanremo o la pretesa di infilare Hoara Borselli (area Fratelli d’Italia), come ospite.
E, scandalo, incontrarsi col conduttore Pino Insegno, osteggiato in Rai.

Cosa c’è di male in questo?
Povia è uscito dai canali ufficiali, dopo aver vinto molto, solo quando ha cominciato a cantare storie politicamente scorrette e affermare i valori cristiani, in netto contrasto con l’ideologismo fluido di Sanremo ben rappresentato a ogni recente edizione, prevalentemente per moda e per questioni di marketing (obiettivo: avvicinare i giovani al Festival).
La Borselli, dal canto suo, è una buona analista di destra che merita rispetto e spazio, esattamente come quello riservato ai tanti soloni radical, liberal, laicisti, sempre gli stessi, che spopolano quotidianamente via etere e sulla carta stampata.
In quanto a Pino Insegno, non capiremo mai se viene combattuto per la sua professionalità o per le sue dichiarate idee non di sinistra.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Agenzia Entrate, corruzione e accesso abusivo a sistema informatico: tre funzionari ai domiciliari

Articolo successivo

Trasporti, Medeghini (Brescia Mobilità): “Anche sistema alternativo per adeguarsi a bisogni”

0  0,00