Sul caso del monologo di Antonio Scurati censurato dalla Rai, dopo la canizza isterica del mainstream di sinistra (in funzione elezioni europee), è intervenuto il sindacato Usigrai con un comunicato di cui è stata chiesta lettura nei Tg e Gr.
Come se non bastasse già l’omelia laica e antifascista dello scrittore-saggista, amplificata a reti unificate in questo fine settimana da tutti i giornalisti e conduttori impegnati, sia della tv, sia della carta stampata, solidali con lui.
Questa la nota: “Il controllo dei vertici della Rai sull’informazione del servizio pubblico si fa ogni giorno più asfissiante. Dopo aver svuotato della loro identità due canali, ora i dirigenti nominati dal Governo intervengono bloccando anche ospiti non graditi, come Antonio Scurati a cui era stato affidato un monologo sul 25 aprile, in una rete, Rai3, ormai stravolta nel palinsesto e irriconoscibile per i telespettatori”.
Tradotto: finora, negli ultimi decenni, abbiamo fatto il bello e cattivo tempo, infilando giornalisti amici e militanti, cooptando la casta neo-post-Pci (ovviamente nella nuova veste liberal, radical o al massimo, catto-comunista); una casta autoreferenziale, razzialmente ed eticamente superiore, che si pensava eterna, unica, inamovibile; e di conseguenza, non possiamo accettare il normale riequilibrio dei rapporti di forza (si chiama spoil system); regola naturale di ogni moderna democrazia.
Il tema però, è come la destra fa e sta facendo questo riequilibrio. E qui si appalesa, come vulnus inguaribile, il suo antico limite strutturale, il grosso problema che ha con la cultura e la comunicazione. E non si tratta di carenza di personale in grado di combattere il pensiero unico, rappresentando sensibilità e idee diverse rispetto al progressismo imperante (dalle case editrici alle scuole, alle istituzioni).
Esistono, infatti, tanti pensatori e divulgatori capaci di contrastare la sinistra. Questi sono i veri “o-Scurati” da sempre.
Fin dagli anni Settanta. Costretti a scappare, nascondersi, accettare panel 5 contro uno, fingere, accettare il modello obbligato e obbligatorio “sinistro”. Pena l’emarginazione, l’anonimato o l’inferno professionale.
Ma c’è un aspetto più profondo, e qui la colpa è solo della destra; un film che si ripete ogni volta che va al governo (l’abbiamo visto dopo il 1994, dopo il 2001 e dopo il 2008). Una destra che riesce a conquistare elettoralmente la buccia, ma mai la polpa del sistema (fermamente inchiodato dall’altra parte).
E se la sinistra compie operazioni scientifiche (attraverso le sue trasmissioni, i suoi giornali, le sue teste pesanti e pensanti etc), di vero e proprio “omicidio ideologico” (il quotidiano processo di Norimberga nei confronti di ogni frase, dichiarazione, postura, scelta della destra, fin da quando vince alle urne), quest’ultima risponde ancora oggi con una comunicazione militarizzata, becera, istintiva, superficiale, senza solidità, pretendendo dai suoi giornalisti e comunicatori, solo quelle che in gergo vengono chiamate “marchette”: favori, piaceri, servizi personali (la medesima logica con cui i dirigenti di partito e capi-bastone decidono i loro staff; guai a circondarsi di menti critiche e preparate che geneticamente non sono militanti e non battono i tacchi. La verità è che i suoi dirigenti pensano di essere tutto: politici, strateghi, ideologi, maschi e femmine-alfa: autentiche caserme, con colonnelli, caporali e reclute).
Mentre nei confronti degli avversari, al contrario, la destra applica pedissequamente il noto “teorema-Tatarella” (alla moglie calci in faccia e all’amante ponti d’oro, per acquisirla “alla causa”). Col risultato di scontentare gradualmente il proprio target e non conquistare nessuno, perdendo desolatamente terreno.
E in termini generali, lo stiamo vedendo anche col governo Meloni (le dichiarazioni di troppi politici, ministri, governatori etc), l’effetto è di essere perdente e in difesa su ogni argomento importante relativo alla visione della società: la guerra, la politica estera, l’economia, l’Europa, la Palestina, il green, i vaccini, i valori non negoziabili (aborto, famiglia, Gay-Pride, diritti Lgbtq).
Tanti modi sbagliati di replicare alla sinistra: o comunicazione astratta, ideologica, demagogica per prendere voti (temi da abbandonare subito dopo), o inutilmente astiosa, polemica, o contenuti puramente difensivi, giustificatori e perdenti.
E il caso-Scurati ha confermato lo schema. Una parte della Rai ha pensato di essere più realista del re, censurando il suo monologo, facendo pubblicità a una trasmissione e a una conduttrice secondaria nell’audience pubblico e confermando la paura di idee e posizioni superate non storicizzate e non metabolizzate.
E’ il solito “marchettificio” indotto e meccanico dei tanti caporali promossi internamente all’azienda col solo ruolo, nella maggior parte di casi, salvo lodevoli eccezioni, di meri commissari politici.
Quando sarebbe bastato affiancare a uno Scurati un intellettuale o uno storico di diversa impostazione, per ottenere un buon servizio pubblico.
Invece, gli intellettuali schierati a destra preferiscono altre vie, molto furbe, da carriera sicura: ritagliarsi un’immagine di anticonformisti da salotto, e quindi graditi al Circo Barnum politicamente corretto, o prestarsi alle parodie “modello-Crozza”, a causa di citazioni sbagliate o formalmente dotte, frutto di pochi libri letti e di tanti libri scritti.
Sapete chi ci rimette da tale castello purtroppo voluto? La Meloni, l’unica che viaggia ad altezze siderali, sopportando il peso di un fardello “comunitario” però costruito nel tempo, da una destra incapace di essere professionale.
