/

Fenomeno-Vannacci. Come valorizzare la sua rivoluzione

4 minuti di lettura

500mila preferenze (e oltre) sono un autentico plebiscito.

Una marea montante che è servita a Salvini per arginare un’emorragia che si stava consumando a spese della sua leadership.

Non a caso i maggiorenti del partito (i governatori del Nord) lo stavano aspettando al varco. Se pure alle europee avesse continuato a perdere, a scendere nei consensi, sicuramente ci sarebbero stati dei cambiamenti significativi circa la linea politica della Lega: dal sovranismo nazionale al ritorno alle origini: il sovranismo padano.

Invece, grazie al generale Vannacci scelto del Capitano (lo ha fortemente voluto, investendo su di lui), e a battaglie chiare comprese dagli elettori (il green, le case, il fisco, l’agricoltura, la sicurezza), andando a occupare quello spazio destro lasciato libero dallo spostamento verso il centro della Meloni, il Carroccio non solo ha retto, ma ha recuperato rispetto alle politiche.
Insomma, ha vinto il nuovo “duo”, destinato ad andare lontano.

La domanda che dobbiamo porci ora è come il “fenomeno-Vannacci” possa e debba continuare a crescere, restando fedele a sé stesso, per non farsi imbrigliare dal burocratese, da quel parlamentarismo, concepito storicamente per cooptare partiti e movimenti inizialmente alternativi al sistema, rivoluzionari o addirittura sovversivi, diventati poi forze rinnovatrici interne al sistema, o forze inutili, totalmente vampirizzate dal Palazzo (i grillini).

In sostanza: come farà il Generale a monetizzare il suo larghissimo, straripante consenso trasformandolo in forza d’urto futura? Si limiterà a denunciare, a proporre leggi senza effetto, si inchinerà come tutti a Bruxelles, a quelle lobby (ci sono ben 14mila lobbisti che condizionano i parlamentari), che finora hanno comandato e che ovviamente, non intendono lasciare il posto al vento di destra?

Intendiamoci e lo abbiamo già scritto. La Ue è un grande inganno valoriale e costituzionale. Valoriale, perché ha colto la propria legittimazione culturale non dai principi giudaico-cristiani, legati alle millenarie radici europee (rifiutati quando si doveva scrivere il preambolo della Costituzione, accettando solo i principi illuministi; il che la dice lunga sul suo Dna), e un inganno costituzionale, perché il meccanismo di ripartizione dei seggi su base demografica, assegna agli Stati dominanti il maggior numero di scranni, rendendo di fatto irrilevante, come è accaduto la settimana scorsa, l’avanzata delle destre in tutti gli altri Stati con minore popolazione, blindando lo status quo che ha sempre gestito Bruxelles.

Infatti, anche ora, non ci sono i numeri sufficienti per varare un governo totalmente di destra, espressione del recente voto (361 devono essere i seggi per garantire una minima maggioranza). E quindi molto probabilmente, assisteremo alla riedizione di una maggioranza Ursula, con le destre all’opposizione e con la Meloni in bilico tra pragmatismo e barricata.
Che farà? Appoggerà dall’esterno? Darà i voti senza stare nel gruppo di potere? Sarà coinvolta? Pretenderà un commissario di peso su materie sovraniste italiane? Comunque vada, il rischio è di rompere il fronte delle destre, vanificando il messaggio di cambiamento manifestato dai cittadini.

A questo percorso che si perfezionerà tecnicamente a settembre, è legato il futuro della rivoluzione del Generale.
Lui stesso ha detto che farà il guastatore. Combatterà le idee sbagliate del pensiero unico di Bruxelles: la follia verde, lo statalismo socialista, il dirigismo economico, l’inutilità della politica esterna continentale, l’immigrazione indiscriminata, l’ostilità verso le produzioni agricole nazionali, l’ideologia bellicista etc.

Un indubbio doveroso cambio di passo se vuole passare dalla rivoluzione mediatica a quella concreta, legislativa, politica.
E qui dobbiamo analizzare la genetica del “fenomeno-Vannacci”. Il suo significato profondo.

Qual è stato il segreto della sua marcia trionfante? Due elementi: è stato l’unico in tutti questi ultimi anni a combattere veramente il politicamente corretto (il pensiero unico laicista, liberal, radical), che si riteneva, come si ritiene ancora, l’indiscutibile e obbligatorio modo di pensare.

Quando parliamo di egemonia culturale della sinistra, non intendiamo il semplice riallineamento delle poltrone Rai (questo è normale spoil system, parto naturale della democrazia dell’alternanza), ma la quasi vittoria della sinistra sulle parole, gli schemi interpretativi della realtà, le domande e le omelie dei giornalisti organici, la composizione e organizzazione dei panel tv, le analisi degli intellettuali schierati, le dichiarazioni dei politici di sinistra etc. Bernanos, lo scrittore cattolico, diceva che se perdiamo la battaglia delle parole perdiamo la battaglia delle idee. E questo il generale-onorevole Vannacci l’ha capito fin da subito. Ha ribaltato i paradigmi ideologici, sconfessandoli, svuotandoli, fornendo interpretazioni alternative (e vere, che si erano, come si sono, perse). Di fronte alle provocazioni, all’ira dei fan, registi e ascari del politicamente corretto, non ha ceduto di un millimetro, ribattendo colpo su colpo. Cosa che nessuno finora ha avuto la preparazione o il coraggio di farlo. Anche molti esponenti di destra, purtroppo è noto, non sono mai riusciti e non riescono tuttora, a reggere l’onda d’urto. Spesso cedono al clima, allo spirito del tempo, e si giustificano per le loro stesse posizioni, dando un’immagine di debolezza e arrendevolezza (si chiama sindrome da legittimazione, o sindrome di Stoccolma), facendo prevalere l’agenda dettata dalla sinistra e la superiorità morale (è il vero razzismo) dei suoi esponenti.

Vannacci ha rimesso al centro la realtà, il vero, la natura umana sull’ideologia e sulla dittatura della mente su cui si vorrebbe fondare la civiltà del futuro. Sono bastati pochi mesi di sua forte e libera controinformazione “pedagogica” (sui diritti gay, l’etnia, l’autopercezione, la cittadinanza, il concetto di identità, la famiglia, la natura, l’uguaglianza, la diversità, l’inclusività, l’esclusività etc), per smontare un castello costruito nei decenni dalla sinistra politica, intellettuale e giornalistica.
Per questo lo odiano, ma anche 500mila persone e molti altri che non hanno votato Lega, lo amano e stimano.

E poi, fisicamente e simbolicamente rappresenta l’uomo forte, quel decisionismo ribelle, costruttivo e rassicurante in grado di recuperare e rigenerare quella virilità che ormai viene esecrata nel nome di un errato livellamento verso il basso (egualitarismo tossico), e nel nome di una falsa anti-discriminazione che mortifica qualsiasi talento individuale.

Apriti cielo, l’uomo forte, il militare, il decisionista: è lo spauracchio della sinistra. E’ quella temuta “antropologia tradizionale e quindi, necessariamente fascista”, che viene considerata il male assoluto.
Pure per questo lo odiano; per l’esempio che può dare alle masse e in primis ai giovani, quando invece si vorrebbe imporre a 360 gradi la fluidità, la liquidità di genere, l’apolide, il precario.

E come portare tale rivoluzione nel Palazzo? Di certo il generale non si farà addormentare dalle procedure. Non lo vediamo limitarsi a spingere un bottone.

Il consiglio che ci sentiamo di dare, sulla scorta di quanto da lui già accennato a Quarta Repubblica, è costituire una sorta di Costituente culturale, alternativa al politicamente corretto, una sorta di accademia-movimento, per difendere e affermare l’identità storica, culturale, religiosa nazionale. Un laboratorio capace di produrre idee, impostazioni, vocabolari, proposte di legge in linea con la sua rivoluzione. Sarà un nettare ricostituente e rigeneratore per la Lega, per l’Europa e per l’Italia.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Corea Nord-Russia, accordo tra Kim e Putin: cosa prevede l’intesa

Articolo successivo

Euro2024: Rabiot “Stop a discorsi politici, Mbappé presto in campo”

0  0,00