Si può criticare quanto si vuole, discorso studiato apposta per strappare applausi, ma l’intervento della premier Giorgia Meloni davanti alla blasonata e quotata platea di Confindustria ha confermato un’indubbia sintonia strategica e politica tra governo di centro-destra e mondo imprenditoriale (con un terzo soggetto non tanto di sfondo, che è il sindacato: poi lo spiegheremo).
Certamente l’elogio istituzionale a 360 gradi ha fatto impressione; trasudando ottimismo ha configurato di fatto sul piano economico il “modello conservatore, liberale e sociale del futuro sviluppo italiano” (Dna e cuore della manovra finanziaria in procinto di essere varata).
Frasi esplicite: “Avete saputo dimostrare nelle difficoltà le capacità del tessuto produttivo, smentendo i pronostici. Fatemi dire così, da chi è abituata ad essere sottovalutata”.
Facciamo qualche esempio. Modello liberale decodificato: “L’1% – ha dichiarato la Meloni – è a portata di mano soprattutto dopo i primi due trimestri. La prossima legge di bilancio, esattamente la terza, concentrerà le risorse nel sostegno alle imprese che assumono e creano posti di lavoro”. Sui numeri la premier è stata esplicita: “Mai così tanti italiani avevano lavorato dall’Unità ad oggi”.
E ancora: modello conservatore e sociale decodificato: “Dare più soldi in tasca alle famiglie – ha continuato – è per scelta etica ed economica”. Con un riferimento importante a Olivetti: “Io penso alla fabbrica per l’uomo e non l’uomo per la fabbrica”.
Una bussola condivisa nella sostanza pure da Emanuele Orsini.
Ma ciò che ha colpito gli osservatori è il forte impegno contro il “green deal”, che considerando la scelta della Von der Leyen riguardante Fitto, vice-presidente esecutivo (“una vittoria italiana e non di parte”), sposta oggettivamente a destra la commissione Ue.
La Meloni sul tema, infatti, ha lanciato la palla: “Correggeremo il green deal europeo perché lo stop ai motori termici nel 2035 è autodistruttivo per l’economia italiana”.
In soldoni, no al “green deal” ideologico e alle date che non possono essere fissate in modo dogmatico senza adeguamenti strutturali, percorsi concertati con le parti sociali e precise garanzie economiche.
Sulla stessa lunghezza d’onda il discorso di Orsini: “E’ necessario ridiscutere lo stop al motore a benzina a diesel prima del 2026. Il green deal deve essere graduale e più realistico. La decarbonizzazione veloce inseguita anche al prezzo della industrializzazione è, e sarà, una debacle”.
Tradotto, visione complessiva, ma anche studio e attenzione alle inevitabili ricadute nel mondo produttivo e del lavoro.
Guarda caso (ecco il terzo soggetto interessato), la medesima impostazione che la Flaei-Cisl, l’organizzazione sindacale del comparto elettrico, ha ribadito nel Consiglio Generale che si è svolto qualche giorno fa a Roma.
Nella sua relazione, il segretario generale Amedeo Testa, è stato esplicito: “La transizione energetica non deve essere ideologica, no a date e scadenze prima che le tecnologie siano mature e garantite e non contemplino precisi criteri di equità sociale”. Concetti vincenti e ormai trasversali.
Come se non bastasse, il numero uno di via dell’Astronomia è tornato su una questione mai risolta e rimasta sempre in sospeso, il nucleare: “Perché tutti insieme non appoggiamo il nucleare di ultima generazione, invece di continuare a rifornirci a prezzi crescenti dalle vecchie centrali nucleari francesi?”.
Un altro argomento trattato dal segretario generale della Flaei in una sua felice semplificazione comunicativa, espressa in epoca non sospetta, battezzata “proposta nucleare del sindacato”.
Si cominciano quindi, a diffondere ed affermare una sensibilità, una narrazione e una coscienza comune tra politica, imprenditori e sindacati.
Leggere per credere. “Noi e i sindacati abbiamo tanto da fare insieme”, ha concluso Orsini, recuperando e valorizzando una particolare filosofia delle relazioni industriali che si chiama “partecipazione”: la battaglia identitaria della Cisl.
Purché il “metodo partecipativo” che va indubbiamente rinvigorito e attualizzato, dia seguito alla “azienda partecipata” (ossia, la partecipazione suffragata da fatti concreti), fiore all’occhiello e stella polare del sindacato guidato da Luigi Sbarra.
Forse è questo l’inizio di una nuova fase per l’Italia.



