L’ipotesi suggestiva e non improbabile, raccolta da Fabio Martini su “La Stampa” relativa a Ernesto Maria Ruffini, attuale direttore dell’Agenzia delle Entrate, come prossimo “papa straniero” anzi, federatore del centro-sinistra, si presta a molte letture. Anche incrociate.
Di solito, quando editorialisti informati e di lunga esperienza (sulla scia di Martini hanno scritto in parecchi), offrono spunti non è mai a caso; è perché non si tratta di semplici voci, ma qualcosa di più: manovre, strategie, riunioni ben precise. Luoghi dove si analizza il presente e molto spesso si prevede il futuro.
Diciamo subito che il governo Meloni al momento gode di buona salute (ancora complessivamente nei numeri e nell’indubbio prestigio internazionale), ma c’è una regola che pesa come una scure su ogni esecutivo eletto dal popolo e che va a destra. Basta ricordare i precedenti (a guida Berlusconi): o implodono lasciando il potere agli avversari, o preparano il terreno a governi tecnici (di unità nazionale, di scopo, di emergenza etc).
Una tradizione negativa cui la Meloni, a tre anni dalla scadenza della legislatura, intende sottrarsi. Anche perché i numeri economici potrebbero calare, Trump potrebbe compromettere molti equilibri faticosamente conquistati dall’Italia, le riforme potrebbero essere congelate (premierato, giustizia, autonomia) e Salvini potrebbe essere condannato, peggiorando di gran lunga i rapporti interni alla coalizione, che dovrebbe difenderlo subendo sempre più le sue intemperanze conflittuali col resto del mondo (molte volte a ragione).
E qui esce dal cilindro Ruffini. La figura, la postura e il ruolo assomigliano molto a Prodi, l’unico che ha sconfitto il centro-destra alle urne. Con una ricetta semplice: da cattolico di sinistra e tecnocrate, il professore allora, è riuscito ad unire quelle variegate anime che adesso non riescono a mettersi d’accordo (il campo “largo-santo”), aggregando i moderati e i radicali, spostandoli tutti al centro. Matrimonio che a sinistra, come sappiamo, non dura a lungo. Oggi, per la Schlein che ha scelto un perimetro estremista, vampirizzando i grillini, e per il passato, che ha visto tante “sindromi-Bertinotti” (l’ala estrema capace di far cadere il castello).
La sinistra, ormai è un mantra, si trova molto più a suo agio con i poteri forti, i Draghi e i Monti. E in primis, quando bypassa le urne.
E poi, per ora, in termini di consenso, il duello mediatico-populista “Meloni-Schlein” sembra funzionare, a spese dei rispettivi partner o vicini di casa.
Ma “l’ipotesi-Ruffini” richiama un’altra interpretazione non da poco. L’ha messa nero su bianco Francesco Verderami, sul “Corriere della sera”: dovrebbe scongiurare una tentazione ventilata polemicamente dalla stessa Meloni quando si arrabbia: quella di determinare lei un’eventuale caduta del governo per poi gestire le nuove elezioni. Un modo per giocare d’anticipo sia rispetto ai suoi alleati che cominciano ad essere pericolosi, minacciando la stabilità e l’unità della coalizione (Salvini per l’emorragia di voti e Tajani perché reclama maggiore spazio, muovendosi verso un centro aperto a molte, troppe alternative, pure non coerenti con l’attuale maggioranza); sia per impedire la strutturazione forte di un’alleanza coesa della sinistra, che ovviamente dovrebbe risolvere il problema della sua leadership e di un programma in grado di federare sul serio 5Stelle, Avs, Calenda, Renzi (bisognerà vedere se i due Dioscuri ci staranno oppure no).
Insomma, il 2025 sarà l’anno di snodo per ogni nodo.



