Siamo alla deriva mondiale. Aspettiamoci ora tanti “effetti-domino”, a partire dall’energia, dalle bollette e non solo. C’è ormai un impazzimento a 360 gradi.
Ogni analisi, decisione, riflessione basata su un minimo criterio di obiettività e scientificità, è un desolato ricordo; ogni schema, ogni parametro è saltato.
Siamo arrivati al punto che la guerra potrebbe nascondere, celare, una pace e la pace disegnare, al contrario, una guerra.
Tradotto, tutto è storytelling, propaganda, narrazione; cioè, l’interpretazione dei fatti finalizzata al consenso; gli annunci sostituiscono i comportamenti veri e la realtà è irrimediabilmente una mera, mediatica rappresentazione. I messaggi, da tempo, servono solo ad alimentare, fomentare, indirizzare la percezione pubblica, l’opinione pubblica nella direzione che si vuole, stabilita a tavolino, dall’alto.
Queste appena elencate non sono amenità, amare costatazioni, ma le nuove ciniche, pragmatiche, a-ideologiche regole della comunicazione politica contemporanea, che i social hanno radicalizzato, estremizzato. Quel “populismo mediatico”, incentrato sugli assi “amico-nemico”, “bene-male” e su una neo-lingua, capace di giustificare anche le azioni più disumane e cruente, dividendo inesorabilmente l’umanità, gli Stati, in opposte tifoserie, nel nome e nel segno della semplificazione degli argomenti, delle vicende, alla faccia della complessità che invece, è saggezza, terzietà e, a livello di relazioni internazionali, è diplomazia come precondizione di pace.
L’alimento, il propellente dello storytelling è, come noto, la paura. Paura della morte, mancanza di sicurezza, paura delle bollette, della fame, della povertà, paura dell’altro, l’eterno capro-espiatorio. Il marchese Charles-Maurice de Talleyrand diceva infatti, che “i popoli sono come i medicinali, vanno agitati prima dell’uso”.
Qualcuno riuscirà mai a capire se il bombardamento americano, di supporto al piano israeliano, sia andato totalmente a buon fine, al di là della propaganda di Trump?
Diamo un ordine agli elementi. Nonostante la marcia indietro del direttore di Aiea Rafael Grossi (“non possiamo affermare che l’Iran stia facendo uno sforzo sistematico per costruire un’arma nucleare”), i cacciabombardieri Usa si sono levati dalle basi e dalle navi e hanno colpito il cosiddetto arsenale nucleare iraniano. Non dimentichiamo che, in passato, abbiamo fatto una guerra su una fake news: le presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
La parola-chiave è stata “attacco per autodifesa”, ulteriore declinazione di “attacco preventivo”, motivato da supposizioni, ipotesi, teorie, prove forse insufficienti. Se tale principio dovesse affermarsi urbi et orbi, non si salverebbe nessuno.
Perché allora abbiamo contestato e condannato l’attacco preventivo di Putin in Ucraina, che Mosca ha giustificato per il pregresso storico delle relazioni tossiche tra Russia e Ucraina col cappello della Nato e di Bruxelles (la violazione degli accordi di Minsk, i bombardamenti di Kiev nel Donbas nel 2014, e l’avanzare della Nato, alle porte di Mosca, come denunciato dallo stesso papa Francesco)?
Il sospetto che la partita iraniana, più che lo scontro tra il legittimo possesso del nucleare e la sfera di influenza mediorientale, sia l’approvvigionamento delle fonti energetiche (il petrolio di cui l’Iran è ricco). Petrolio che ha sempre fatto gola agli Usa.
In quanto all’uso legittimo del nucleare, la narrazione dominante, tra chi può detenerlo e chi no, ossia, le democrazie e le autocrazie, è comico. Non soltanto Usa, Inghilterra, Francia, ce l’hanno, ma anche la Russia, la Cina, l’India etc? E poi, le stesse democrazie ne hanno fatto uso (a cominciare dagli Usa per porre fine al secondo conflitto mondiale, lanciando l’atomica su Hiroshima e Nagasaki).
Dietro certe strategie c’è sempre una postura. Oltre agli interessi geo-economici, energetici, c’è l’idea della superiorità culturale dell’Occidente che ritiene di poter e dover “esportare la democrazia” pure a costo di sanguinosi conflitti, obbligando nazioni che hanno un’altra tradizione e un’altra storia, a diventarne fotocopia. Col risultato che non funziona: ogni popolo ha il diritto di costruire la propria modernità seguendo la propria identità e il proprio percorso originale. Anche perché la democrazia abbinata alla liberal-democrazia (prodotto occidentale) in Medioriente, ad esempio, ha partorito soltanto dittature e “partiti di Dio”, eletti col consenso delle urne.
Pensare a un cambio del regime iraniano è una follia. Sarebbe la ripetizione del colpo di Stato ordito dalla Cia che rimise sul trono lo Scià, creando le condizioni della successiva rivoluzione islamica.
Quindi, non solo due pesi e due misure (se a muoversi è Israele o la Russia), ma comunicazione generale (da parte di tutti gli attori coinvolti), irresponsabile, destinata a fare danni incommensurabili, a partorire futuri terroristi e aree permanenti di destabilizzazione (a Gaza, in Iran, nell’Europa dell’Est, nella stessa Israele).
Un’ossessiva narrazione dove i confini tra realtà, strategia e fiction si fondono e confondono.
Dice Trump: “Distrutti i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan”. L’Iran ha prontamente risposto: “Fordow non ha subito gravi danni”. Dubbio: se fosse vera la distruzione dei siti in questione, ci sarebbero state radiazioni e contaminazioni pericolose. Dubbio confermato da Aiea: “Nessun aumento di radiazioni”.
Eppure Trump ha esultato, estremizzando la sua propaganda bellicista: “Stasera posso annunciare al mondo che gli attacchi sono stati uno spettacolare successo militare”. “Spettacolare” sulla pelle delle persone.
E ancora: “Voglio ringraziare l’esercito israeliano per il meraviglioso lavoro svolto e, cosa più importante, voglio congratularmi con i patrioti americani che hanno portato queste macchine magnifiche sui cieli iraniani”.
Che comunicazione è? La guerra è un lavoro, la politica un’impresa?
Può essere questa la comunicazione dello Stato più potente e importante del mondo?
Un duello mediatico con l’Iran dove i leader sembrano aver perso il lume della ragione (ma la nostra storia è piena di precedenti), ricalcando esattamente il vocabolario utilizzato prima, dopo e durante la guerra in Ucraina, tra Putin e Zelensky (a cui si sono aggiunti dopo Biden, Trump e le comparse europee).
Citiamo solo qualche precedente frase emblematica: Trump: “Ho perso la pazienza, se attacco? Forse”, “Sappiamo benissimo dove si trova Khamenei, non vogliamo eliminarlo, almeno per ora”.
Teheran: “Trump bugiardo, guerrafondaio, il regime sionista deve essere punito”. Con tante parole di sfondo sulla medesima linea. E gli europei? Non sono da meno. Per un Macron, pronto a scatenare l’esercito europeo pur di sconfiggere Putin, adesso candidato a organizzare negoziati tra Israele e Iran, c’è un altro leader che brilla per “prudenza”. Stiamo parlando di Merz; il cancelliere tedesco ha ammesso che “Israele fa il gioco sporco per tutti noi”. Sottintendendo due cose: i veri interessi occidentali in ballo, altro che libertà, democrazia e nucleare; oppure l’invito a schierarci militarmente pure noi per combattere l’Iran, come si dovrebbe fare contro Mosca (un autentico pallino quello dei volenterosi, “modello-Starmer”).
E l’Italia? Galleggia tra due fuochi, Trump e Bruxelles. Se la Meloni riuscirà a ritagliarsi un vero ruolo di ponte, andrà in cielo, altrimenti saranno dolori.
Per il momento il governo traccheggia: la premier ha ribadito che sta “osservando la situazione con la massima attenzione”, il ministro Tajani ripete come un mantra inutile “de-escalation” e il ministro Crosetto, che se ne intende, fa interviste spiegando le caratteristiche delle armi.
Mentre l’opposizione abbaia alla luna. Scende in piazza di giorno e di notte Trump bombarda l’Iran.



