Meloni-Schlein. Le domande a cui non rispondono. Il bipolarismo del silenzio

Nell’attuale recentissima comunicazione politica, alimentata dal duello modello-social “guelfi-ghibellini”, radicalizzatosi da quando al governo è andata la destra e di converso è stata scelta la Schlein (come antagonista di “psico-genere” alla Meloni), sta prendendo piede una domanda fastidiosamente retorica, quanto inutile, strumentale, che non genera riposte autentiche, al massimo il silenzio dell’interlocutore: “Perché non parla?”. Tradotto, come mai non si giustifica?

Un vizio dialettico diventato un mantra ossessivo. Concepito e veicolato unicamente per mettere all’angolo l’avversario. Come se il silenzio, la non risposta, fossero automaticamente sinonimo di complicità, coscienza sporca, difficoltà oggettive, debolezza. Quando, invece, può essere pure espressione di indifferenza, se non di superiorità morale, individuale, diversa postura istituzionale.

Ma andiamo per ordine. Se il mantra dell’opposizione di destra, quando al potere c’era la sinistra (governi Prodi-D’Alema, Monti-Draghi), era “vadano a casa”, il Pd e i grillini, fallita la strategia mirata a ribadire l’inferiorità etica della destra, la sua impreparazione, la demagogia contraddittoria (tra le promesse quando Fdi stava all’opposizione e le scelte considerate incoerenti e contraddittorie una volta a Palazzo Chigi), il nuovo spot era, è stato ed è, come noto, il pericolo fascista.

Un fantasma tirato periodicamente in ballo quando non si hanno argomenti, idee, programmi, classe dirigente degna di nota. Un antifascismo retorico, stucchevole, fuori tempo storico, totalmente avulso dalla realtà.

Da questa etichetta nefasta non si è salvato nessun leader della destra: Berlusconi è stato il Cavaliere nero, Fini il travestito in doppio petto, Salvini il littorio da osteria, e ora la Meloni, la “ducessadella Garbatella, attorniata da squadristi collusi organicamente con movimenti nostalgici.

E oltre all’antifascismo la famosa domanda. Una sorta di ritornello per intendere eventuali pericolose amicizie e sicuri scheletri negli armadi. Un “indiretto-diretto” Tribunale di Norimberga su ogni argomento strumentalizzabile.
Su Cutro, ecco la domanda della Schlein: “Cosa dice la Meloni sulle frasi vergognose del suo ministro dell’Interno Piantedosi?”. “Perché non viene a riferire in Parlamento?” (altro mantra giacobino).

E ancora: medesima solfa sui saluti romani di Acca Larentia, sul caso-Pozzolo-Del Mastro e sui rinvii relativi alle conferenze stampa, causati secondo il mainstream e l’opposizione, dalla paura della premier di affrontare domande scomode.
E allora, la Meloni, stanca di subire tale comunicazione intimidatoria e in mala fede, ha ribaltato lo schema: è lei che ha cominciato a fare domande alla Schlein, nel segno di un bipolarismo mediatico, con l’obiettivo di annullare ogni altro interlocutore (partner interni come Salvini e avversari esterni come Conte).

Caso-De Luca. Qualcuno ricorda le frasi non certo tolleranti, in omaggio al personaggio populista-influencer che ben conosciamo. Evidentemente colto in fallo sull’uso libero dei fondi di coesione, in relazione alla nuova riforma sull’autonomia (sarà lo Stato in futuro a confermare i soldi stanziati, se i progetti che si metteranno a terra a livello regionale saranno in linea con gli obiettivi prestabiliti, e non spalmati su altre cose), ha tuonato in modo poco civile: “Con questo governo ci vuole la lotta armata. E’ un governo di imbecilli, farabutti, disturbati mentali che vanno ricoverati”.
E di conseguenza la Meloni ha chiesto alla Schlein di pronunciarsi in merito, affondando il coltello nella piaga, visto che la segretaria dem odia De Luca: “Abbiamo atteso – ha scritto la premier – un segno di dissociazione e di condanna, finora inutilmente. Se non arrivasse, prenderemo atto del fatto che questi sono gli impresentabili metodi democratici del PD”.

Per non parlare delle Foibe, altro tema che imbarazza storicamente la sinistra, per le simpatie passate nei confronti di Tito e per quell’ideologia della storia che ha di fatto criminalizzato gli istriani-giuliano-dalmati, ritenuti fascisti.
La Meloni, con l’ausilio dei suoi: “Nel Giorno del Ricordo Elly Schlein e Giuseppe Conte non hanno trovato il tempo di dire neanche una parola”.
Silenzio vs domanda, domanda vs silenzio. Molto più che un’ammissione di colpevolezza o un vulnus politico su cui martellare per fini di consenso elettorale.
Con una differenza non da poco, la Meloni di fronte al silenzio della Schlein, preferisce lasciare intonso il macigno, che è già una risposta: la segretaria dem, invece, ama rilanciare il tiro: “Non si finga turbata la Meloni per qualche (più che meritata) sciabolata verbale. Io e lei siamo abbastanza animali politici! La premier sposta l’attenzione dalla vera questione, che sono le scelte antimeridionaliste del governo”.
Delle due l’una. Se fosse vero che sono animali politici, perché la Schlein si indigna e non risponde nel merito? Se la Meloni sposta l’attenzione, depista, lei fa lo stesso. Quindi sono uguali. E’ la verità. E’ il vero bipolarismo: delegittimandosi si legittimano a vicenda.

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Autore

Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc.) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione.

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