Giorgetti litiga con Salvini, Salvini con Giorgetti, Tajani litiga con Salvini, Salvini non sopporta Tajani ed è geloso della Meloni, però finge che vive in una grande famiglia.
E ancora: Salvini boccia il “nemico” Zaia, il nemico Zaia boccia il generale Vannacci.
I Fratelli d’Italia, dal canto loro, oscillano tra caserma, decisioni da imporre agli alleati, in quanto partito maggioritario della coalizione, e una ipocrita malcelata tolleranza. I moderati poi, come il prezzemolo, “moderano” ogni argomento.
Insomma, il caos venduto come dialettica interna.
Di seguito il video del direttore de Lo_Speciale Giornale, Fabio Torriero:
Ma se la maggioranza piange, l’opposizione non ride.
Bonaccini e l’apparato storico del Pd non gradiscono la Schlein; Tarquinio e la Strada sono opposti per Dna ai guerrafondai intestini (i fan dell’esportazione mondiale della democrazia), e invisi alla stessa nomenklatura. Per non parlare delle fibrillazioni in casa grillina, tra quelli della “prima ora” e gli aggiunti, quelli della svolta pragmatica e di sinistra.
E non è solo questione di elezioni in arrivo, di sistema elettorale proporzionale che per definizione vellica le pulsioni identitarie dei partiti; non è unicamente questione di superbonus, di soldi all’Europa, di sugar tax etc.
Il male è molto più antico e attiene al codice genetico della nostra storia nazionale.
Noi, bisogna accettarlo, nasciamo e restiamo proporzionalisti, individualisti, “pecore anarchiche”, come diceva qualcuno. Siamo tutti commissari tecnici. In Italia è impossibile applicare militarmente dall’alto lo “schema anglosassone” (bipolare), che piace tanto agli intellettuali e ai costituzionalisti di Palazzo. La nostra società non è, e non è mai stata, bipolare.
Siamo il regno delle diversità, dei distinguo, dell’originalità, dei particolarismi, dei laboratori trasversali, delle sintesi ardite (Garibaldi che da sinistra va a destra, idem Mussolini, la destra storica liberale in politica e non liberista in economia; la dottrina sociale della Chiesa, come terza via tra il capitalismo e il marxismo; il Welfare figlio non della sinistra, ma di un liberale, ossia Giolitti; e infine, il trasformismo, come meccanismo di cooptazione delle forze sulla carta eversive o rivoluzionarie, a beneficio della stabilità istituzionale).
Ecco perché il nostro maggioritario, obbligando al parto di poli di facciata, a processi di aggregazione di partiti immaturi per la democrazia dell’alternanza, non funziona.
Perché li costringe ad unirsi per vincere, a prevalere nel voto, ma poi nessuno riesce a governare.
Semplice: la governabilità coerente presuppone l’omogeneità culturale. Omogeneità che non c’è.
Prendiamo la destra. Inutile stracciarsi le vesti quando assistiamo alle posture incompatibili tra Fdi, Fi, Noi moderati e Lega. Ed è altrettanto inutile constatare specularmente le risse a sinistra, tra 5Stelle, Pd e massimalisti rosso-verdi.
Come possono andare d’accordo a destra, liberali, sociali, liberisti, statalisti, euroscettici, filo-europei, cattolici, laici?
Lo vediamo su qualsiasi tema (altro che programmi di mediazione): l’economia, le tasse, lo Stato sociale, i valori etici, il rapporto con Bruxelles, le guerre.
E come fanno ad andare d’accordo a sinistra, liberal-progressisti, catto-comunisti, atei, neo-post-comunisti, liberisti riformisti, europeisti, meno europeisti; pacifisti, filo-Kiev, filo-Palestinesi, filo-israeliani; fan del green e dell’inceneritore?
Questo sempre se le categorie culturali abbiano attualmente ancora un senso e non piuttosto siano morte e sepolte, in omaggio al mero marketing politico e alla liquidità dei social.
Meglio pochi partiti più vicini, coesi, che le odierne, complicate “Armate Brancaleone”, incapaci di fornire un indirizzo serio al paese.
E poi, altro vulnus della nostra democrazia, il mito del “centro di gravità permanente”, come moderazione delle ali estreme, sinonimo di estremismo, rissa e incompatibilità politica.
Teorema che spinge i partiti ad annacquarsi, frenare, diventando di fatto tutti simili e indistinti.
Quando invece al centro (da decenni non ci sono più i moderati, eredi mentali della Dc o degli ex-partitini laici), ma abitano gli indecisi, i delusi, gli arrabbiati, che vanno conquistati con identità e programmi forti. Sulla sicurezza: o si sta di qua o di là; sull’immigrazione: o si sta di qua o di là; sull’Europa: o si sta di qua o di là. La stessa cosa sull’economia, la guerra, la famiglia, la droga, l’utero in affitto, i vaccini, il green.
Problemi irrisolvibili? Forse.
Meglio però, che vedere accozzaglie indigeribili, come quella di Fi oggi (ma potremmo analizzare ogni propaganda elettorale), azzurri che si definiscono “partito liberale e cristiano”, e poi fanno gli accordi con i radicali, che sono esattamente il contrario dei valori cristiani e della dottrina cattolica.
Come faranno poi a produrre leggi chiare? Ce lo immaginiamo: si potranno fumare gli spinelli, ma in Chiesa. Oppure, si lascerà la solita libertà di coscienza ai propri aderenti e parlamentari. Un modo “laico-laicista” di salvare capra e cavoli, la famosa eterogeneità, venduta pubblicamente come ricchezza, diversità e dibattito rispettoso. Un modo sicuro e certo per continuare a non gestire e governare bene l’Italia. Un modo per eternare il caos. E gli italiani sono stufi del fritto misto, emblema del peggiore immobilismo.



