Questa campagna elettorale a livello di comunicazione è stata senza ombra di dubbio la più scadente della nostra recente storia politica.
La radicalizzazione mediatica degli scontri tra i protagonisti, l’imbarbarimento lessicale e tanto altro, molto probabilmente confermeranno un astensionismo ormai endemico. Una spia preoccupante della crescente disaffezione e distanza degli italiani nei confronti delle istituzioni.
Eppure l’appuntamento con le europee è estremamente importante. Dovrebbe mobilitare oltre alle appartenenze, alle solite tifoserie, anche le diverse sensibilità, gli interessi concreti.
C’è in atto una sfida epocale tra due modelli incompatibili continentali: da un lato, il “Super-Stato” che, con impronta dirigista, intende e intenderà condizionare sempre più i popoli su ogni tema (si legga ideologia laicista, gender, green, elettrica, vaccinista, scelte economiche, carne sintetica etc); dall’altro, la federazione di Stati ancora indipendenti e sovrani che, nel nome della sussidiarietà, dovrebbero governare liberamente materie nazionali, locali e coordinarsi su quelle generali.
E inoltre, c’è la possibilità di cambiare realmente l’equilibrio parlamentare di Bruxelles: una nuova e diversa maggioranza di centro-destra capace di mandare all’opposizione verdi e socialisti.
Perché la campagna elettorale più brutta?
Per tre vulnus non da poco: non si è parlato quasi mai di temi e programmi europei, ma si è fatta solo mera propaganda italiana; hanno vinto i temi nazionali. Poi, “l’effetto traino” acchiappavoti è stato l’ossessione dei partiti nostrani, da decenni, diventati “partiti-personali”. Ma è indubbio che sia un inganno. Leader capilista che non eserciteranno il mandato per cui hanno ricevuto il consenso. E’ un attentato alla moralità pubblica.
Clicca il seguente link per la mia intervista a Radio Radicale: https://www.radioradicale.it/scheda/730478/europee-la-campagna-elettorale-piu-brutta-di-sempre-intervista-a-fabio-torriero
E infine, tutti hanno perso il controllo delle parole. Si è giunti a un livello di insulti, risse tv, sovrapposizioni, accuse, che non si era mai visto finora.
E c’è un motivo: siamo dentro l’era del “populismo mediatico” (non ha più senso distinguere, infatti, tra populisti e anti-populisti).
E’ una tendenza che riguarda indifferentemente ogni forza politica, dalla Meloni alla Schlein, da Conte a Renzi. E’ un registro comunicativo diffuso che si basa sul bene contro il male, sull’amico contro il nemico e sulla neo-lingua che relativizza le differenze, omologando i concetti. Uno schema religioso che per definizione non dà dignità all’avversario e che ottiene solo l’obiettivo di delegittimare la rappresentanza parlamentare colpendo al cuore la democrazia.
La Meloni, da tale punto di vista, è vincente. Non è scesa in basso rispondendo a De Luca sulla stronza, ma si è autodefinita ricordando l’insulto al governatore. La premier sta interpretando direttamente il premierato sul campo. Il “vota Giorgia” è già all’interno di questa categoria. Ottima trovata la “Tele Meloni” che ha avuto il pregio di scardinare i paradigmi accusatori della sinistra. L’unico rischio è il referendum sulla sua persona. Della serie, “vinco-perdo” sul voto di sabato-domenica, sulle sue riforme, dal premierato alla giustizia (attenzione alla “sindrome Renzi”). CORAGGIOSA. VOTO 7
La Schlein è fisicamente speculare alla Meloni; le due si tengono vicendevolmente (bipolarismo). Ed entrambe rischiano: la prima, se assisterà alla sua eventuale flessione nel gradimento collettivo; la seconda, se al di sotto del 20%, si gioca la segreteria (la nomenklatura storica del Pd, la attende al varco). Non a caso è stata scelta, al posto di Bonaccini, proprio per recitare lo spartito femminista, progressista, uguale e contrario alla Meloni.
E lei ha portato i dem sul versante massimalista, laicista, ecologista, “modello-anni70”, lasciando scoperto il versante centrale dello schieramento.
Ma non potendo essere la sola al comando, ha dovuto subire le “Figurine-Panini”: tradotto, i testimonial più visibili dei temi preferiti dal partito. La Strada, l’Annunziata, Tarquinio, sono l’esempio tangibile di un marketing elettorale scientifico, finalizzato unicamente a prendere voti. Tanto poi, il Pd resterà un soggetto politico ibrido, incapace di mediare tra le sue anime (sulla pace, la guerra, la Palestina, Bruxelles, le armi, gli inceneritori, il verde, l’utero in affitto etc). Al momento, nello scontro diretto con la Meloni, perde.
AMBIGUAMENTE AGGRESSIVA. VOTO 5
Conte non sa più a che santo aggrapparsi. Sente il fiato sul collo della Schlein beneficiando ancora del teorema che lui ha fatto il “radicale” prima di lei (in politica si preferisce l’originale alla copia). Ma l’Avvocato sa che prima o poi, l’alleanza con i dem sarà un’annessione, una vampirizzazione a favore dem. Quindi, il suo estremismo parolaio serve a coprire il vuoto.
NEGATIVO. VOTO 4
Renzi e Calenda, i due gemelli diversi, hanno dalla loro un tesoretto che sfruttano poco: il centro di gravità permanente, pur essendo un centrino, non è più di derivazione democristiana, ma liberal-democratica. Peccato che dicano le medesime cose. Renzi, un maestro politico, però in questa campagna elettorale insieme ai radicali, risulta troppo veemente, polemico. E ricorda il suo passato di arrogante che stanca.
Calenda, invece, più gentile e attento ai contenuti. Efficace quando smonta l’opposta narrazione dei poli.
IMPRODUTTIVI ORA, SEMINATORI POI. VOTO GEMELLO 5.
Tajani riesce a muoversi stando fermo. Forse supererà la Lega, approfittando di un’esigenza moderata dell’elettorato di centro-destra, che stanco delle risse, dopo mesi di contrapposizioni forti, ha bisogno di rassicurazione, pace. Ma sbaglia nella postura psico-somatica. Berlusconi, il cui fantasma aleggia sempre, riusciva ad essere tranquillizzante e barricadero. Tajani, al contrario, ritiene che contenuti moderati debbano essere espressi in modalità-moderata. Errore: si possono dire contenuti moderati con una comunicazione forte.
MOSCIO. VOTO 5
Salvini, anche lui, ha fatto una scommessa: deve saggiare il grado e il tasso di resistenza sovranista nazionale in un partito (in primis, i suoi governatori) che chiede da tempo un ritorno al sovranismo nordista. E strategicamente per l’ultima impresa (il futuro della sua segreteria), ha deciso di occupare il lato destro di Fdi, per intercettare quello zoccolo duro deluso dal fideismo atlantista, europeista e americanista della premier, nonché continuista sul piano economico con le scelte di Draghi. E la mossa-Vannacci è perfettamente funzionale al disegno. Con un pizzico di furbizia pacifista tanto per non lasciare l’argomento a Santoro e Conte (pacifisti doc e tardivi). FURBO. VOTO 6
